Il Pd in piazza per fare la conta Berlusconi: "Il governo va avanti"

Dagli eletti del Nord ai Radicali, mezzo partito boicotta il corteo. E l’appuntamento a Roma diventa un referendum contro il segretario. <a href="/a.pic1?ID=301095" target="_blank"><strong>Ecco l'uomo del dialogo, insulto per insulto</strong></a>. Il premier: <strong><a href="/a.pic1?ID=301111" target="_blank">&quot;Manifestano per celare le loro divisioni&quot;</a></strong><br />

Quelli che non ci vanno nonostante Veltroni e quelli che ci vanno nonostante Veltroni. Quelli che non ci vanno per non fare un favore a Veltroni e quelli che ci vanno ma solo per fare un favore a Veltroni. Quelli che non ci vanno ma ci sarebbero andati e quelli che non ci sarebbero andati ma ci vanno. La conta finale in piazza andrà come al solito, tre milioni secondo gli organizzatori trecento secondo la Questura e toccherà far la media. Ma il problema è l’altra conta, quella interna, che proprio sull’adesione al corteo di oggi ha più che altro l’aria di una resa dei conti. Sui sei totem alti otto metri montati al Circo Massimo c’è scritto che il tema è libero, dalla scuola ai redditi, dal lavoro al razzismo, venite un po’ per quel che vi pare purché facciate numero. Anche così però, o forse proprio perché è così, lo Stato maggiore del Pd e dintorni si dichiara assente con polemica, oppure presente con disagio.
L’immagine impietosa l’hanno resa in questi giorni gli amministratori del Nord, che il loro no al corteo l’hanno motivato dicendo qualcosa di destra. Massimo Cacciari il sindaco di Venezia per dire, prima di annunciare che «la piazza la lascio ai demagoghi» s’è preso la briga di sottolineare che il Pd «più che un partito è un’ipotesi». Marta Vincenzi il sindaco di Genova ha detto che «non è questo il momento di manifestare», ché di fronte alla crisi internazionale e alle difficoltà dei cittadini «bisognerebbe chiamare a raccolta non “contro”, ma “per”». Filippo Penati il presidente della Provincia di Milano ci sarà ma avrebbe preferito «evitare». Flavio Zanonato il sindaco sceriffo di Padova riflette sul «vado o non vado» più di quanto abbia riflettuto se erigere il muro antispaccio. Hanno dato il meglio poi Sergio Reolon il presidente della Provincia di Belluno e Mercedes Bresso la governatrice del Piemonte: il primo ha annunciato la defezione «perché ho un ruolo istituzionale», la seconda ha fatto sapere che «se andrò sarà come dirigente politico del Pd, non come governatore». Sulla stessa linea, al Sud, Antonio Bassolino il governatore della Campania, secondo il quale non sarebbe coerente manifestare contro lo stesso governo con il quale sta collaborando gomito a gomito dall’emergenza rifiuti alla lotta alla camorra. Perché il problema è proprio questo, uscire di casa per andare a gridare un rotondo no al governo.
Lo disse per primo Enrico Morando, in un’intervista al Giornale in cui si spinse a dire che «sfileremo, ma non contro il governo», là dove tutte le precisazioni successive non sono riuscite a cancellare il senso del ragionamento, del resto ripetuto più volte da molti nel Pd, uno su tutti Enrico Letta: «Questo è il momento dell’unità nazionale». Così, la cosa esilarante è che gli unici ad andare in piazza davvero convinti saranno quei dipietristi che Veltroni tentava di scavalcare a sinistra (ma anche un po’ a destra), e che con Stefano Pedica non le hanno mandate a dire: «Veltroni ci avrà tutti in piazza per punizione», così impara a non sostenere la raccolta firme contro il Lodo Alfano, loro ci andranno apposta. E si son già rubati un pezzo di partito, visto che anche gli ulivisti di Arturo Parisi allestiranno banchetti pro referendum. Si faranno notare per l’assenza invece i Radicali, dice Marco Pannella al Riformista che «la manifestazione è buona solo per svuotare le urne», aggiunge feroce che «negli ultimi decenni questi non hanno organizzato una sola manifestazione di massa che avesse come obiettivo una riforma concreta» e comunque «nessuno ci ha invitati».
Citando random gli assenti. La teodem Paola Binetti dice che non è nelle sue corde scendere in piazza, eppure c’è chi la ricorda al Family Day. Marco Follini da settimane dice che il corteo va cancellato perché «non sarà una manifestazione a salvare il Pd», e ieri ha messo nero su bianco che «sarò costruttivamente a bordo piazza», nella polemica speranza che «Veltroni saprà tener conto delle ragioni di quanti hanno un’idea diversa delle priorità dell’opposizione». Nicola Rossi non va perché è più importante la crisi economica, Luciana Sbarbati sarebbe andata ma purtroppo va in India, Oscar Luigi Scalfaro non si mischia perché «non è pensabile che io - che sono stato capo dello Stato - mi possa inserire in queste forme nella battaglia politica». E per fortuna ci sono quelli che andranno anche se avevano detto che non sarebbe il caso, da Massimo Calearo a Giulia Innocenzi a Pietro Ichino, perché sennò questa del Circo Massimo sarebbe una riedizione della vecchia Unione ma senza il Pd, un mostro senza testa, visto che le adesioni più entusiaste sono arrivate dai Verdi e dalla parte di Rifondazione che sta con Paolo Ferrero il segretario. L’area di Fausto Bertinotti no, diserterà, l’ex leader a due giorni dal corteo ci ha tenuto a dire che ma quale Pd e quale Idv, «oggi in Italia non c’è l’opposizione, perché non c’è la sinistra».
Chicca finale: la Cgil partecipa, ma «a titolo personale». C’è chi maligna che il titolo personale sia il posto da europarlamentare che il Pd ha promesso al leader Guglielmo Epifani. Come che sia, geniale è stata la replica di Raffaele Bonanni della Cisl: «Io non ci sarò, a titolo collettivo».