Il Pd resta ammanettato. A Di Pietro Veltroni recita il requiem per il Pd

Nuova Tangentopoli. Veltroni in difficoltà davanti alla direzione del
partito avverte: <a href="/a.pic1?ID=315723" target="_blank"><strong>&quot;Cambiamo o sarà il fallimento&quot;</strong></a>. Ma non cambia linea: avanti con l’ex Pm. Acido D’Alema: &quot;Siamo
un amalgama mal riuscito&quot;

Amalgama mal riuscito, certo. Ma in ogni caso unanime. E così il Pd resta sempre attratto dal voto intruppato, sempre terrorizzato dal dissenso. Con Walter Veltroni che la mattina grida orgoglioso: «Noi, al contrario di Di Pietro e di Berlusconi abbiamo una democrazia interna!» e Dario Franceschini che chiude la giornata scongiurando i presentatori delle uniche due mozioni separate dal segretario: «Ritirate! Ritirate!». Risposta di Mario Adinolfi: «Non ci pensiamo proprio!». Guardi questa scena, un quadretto grottesco, e ti chiedi: perché tutto questo sforzo dissuasivo? Perché può esserci Amalgama per i dirigenti del Pd, ma posizioni distinte, meglio di no. È curioso che in un giorno in cui l’espressione sprezzante coniata da Massimo D’Alema si stampa sulla facciata di buone intenzioni caparbiamente allestita da Walter Veltroni come uno sfregio, alla fine i voti per alzata di mano siano quasi bulgari. Ed è curioso che fra i pochi che non si oppongono alla mozione solitaria di Marco Follini ci sia un astenuto di livello come lo stesso D’Alema. L’ex ministro degli Esteri era d’accordo con Follini? Mistero. Perché in questa direzione del Pd in cui si parla di tutto, le questioni politiche vere vengono sempre magicamente eluse.
Così, il racconto di una giornata può iniziare proprio dalla fine, da quel voto. Già la sala ha iniziato a spopolarsi, le suonerie dei telefonini ricominciano a trillare, qualcuno corre via con la valigia. Franceschini alla presidenza è indaffaratissimo a evitare che vadano in votazione le due mozioni. Si spende, parla, ripete ai presentatori dei documenti: «Le vostre tesi sono state recepite nel testo conclusivo!». Ovviamente non è vero. Il primo testo, quello di Follini chiede una cosa molto semplice: che si rompa l’alleanza con Antonio Di Pietro. Veltroni ha provato pure a rispondergli, nelle conclusioni, ha fatto un ragionamento lunghissimo sul tema, ma non ha risposto né sì né no.
Il secondo testo, quello dei giovani leoni del Pd - da Luca Sofri a Mario Adinolfi a Giovanni Bachelet - propone una serie di cose più articolate: alcune critiche alla leadership sullo scarso rinnovamento, un appello in difesa delle primarie, un invito a non usare le candidature delle Europee per «pensionare» dirigenti illustri e amministratori a fine mandato. In tempi normali, inviti come questi - condivisi dalla base - sarebbero recepiti senza batter ciglio. Ma metti che non si sappia che cosa fare di personaggi come Antonio Bassolino (quello che non si dimette manco morto) che persino un ammortizzatore come la candidatura europea, te lo devi tenere libero. Allora ecco che la mozione diventa troppo vincolante, inaccettabile, sovversiva. I firmatari erano solo dieci (sei i presenti al voto!), ma siccome alcuni di loro sono blogger, alcuni abbastanza popolari, siccome c’è la diretta internet, siccome il popolo della rete è attentissimo e severo, Veltroni e Franceschini fanno barricate. Non solo sono contrari, ma non vogliono nemmeno che si voti! Quando sul palco a difendere la mozione sale Sofri (che pure è stato voluto da Veltroni in direzione, non certo un oppositore pregiudiziale) la sala rumoreggia. È perché sta parlando troppo (meno di tre minuti) o per quel che dice? Ad esempio quando parla di Firenze: «Indipendentemente da tutti i casini che ci sono lì, non si può dire, dopo mesi che si organizzano, “Non facciamo più le primarie!”». Poi, sul nodo candidature: «Le elezioni europee devono essere l’occasione per provare una nuova classe dirigente, non possono essere usate come un pensionato». Si sente qualche gridolino dal fondo della sala, Franceschini dalla presidenza ammonisce: «Certo non possiamo riaprire un dibattito». Sofri lancia l’ultimo appello: «Non è contro a nessuno questa mozione, ma torniamo a chiedere di votarla». Così si vota, e una selva di mani la boccia: solo sei a favore.
Peccato. Perché poi il paradosso, nel turbine dell’amalgama mal riuscito, è che in questa direzione del Pd, tutti sembrano parlare di tutto, meno di quello che per loro è importante. Ad esempio Bassolino (uno di quelli che potrebbe finire a Bruxelles). Possibile che non dica una parola su Napoli, con tutto quello che accade? Possibile. E così la sua voce cavernosa si gonfia, si solleva, combatte contro la sempiterna balbuzie, ma alla fine di che parla? Di welfare. Meraviglioso. E Leonardo Domenici, il sindaco che si è incatenato davanti a La Repubblica perché non riusciva a far sentire la sua voce per colpa dei giornali? Ora che ha una platea, di che discute? Del rapporto tra politica nazionale ed enti locali, Incredibile ma vero. Gli indagano gli assessori, lui ha detto solo sette giorni fa che si ritirerà dalla politica, ma nella direzione più importante della storia del Pd dice: «O troviamo un rapporto tra politica nazionale e locale o si corre il rischio che la politica nazionale sia autoreferenziale». Caspita. Il problema è che qui sono tutti autoreferenziali, tanti Johnny Stecchino che a Palermo «il problema è il ctraffico». Poi certo, i dalemiani che fanno a pezzettini ogni singolo frammento di veltronismo, ma votano unanimi, per carità. Poi c’è il responsabile organizzazione Beppe Fioroni che infila la questione del tesseramento nelle ultime battute, così: «Molti mi chiedono perché non parta... Ma per convincere qualcuno a prendere una tessera, bisogna che ci siano anche argomenti per motivarlo a farlo». Vuol dire che gli argomenti non ci sono? Lui, il responsabile tesseramento? Così una deputata siciliana, a inizio dibattito dice candidamente: «Io tra l’altro non mi sono ancora iscritta, perché da noi il tesseramento non è iniziato».
L’amalgama dev’essere questo: nessuno rinuncia a esibire il suo piccolo frammento di irriducibilità, ma nessuno vuole uscire dall’impasto. Così per trovare voci fuori dal coro devi sentire i pochi outsider o i coraggiosi. Come il dirigente di Piombino che impone un’emergenza, la sua: «Compagni, da noi, si è chiuso l’altoforno! Sapete cosa significa? È accaduto solo tre volte dal dopoguerra ad oggi! La chiusura di un altoforno è il segnale più grave, per riaccenderlo ci vogliono mesi! Non può sembrare che il nostro partito sia indifferente a una tragedia come questa!». Anche Barbara Pollastrini, ex ministro delle Pari opportunità ruggisce: «Non possiamo apparire, come invece siamo apparsi, sostanzialmente indifferenti su un caso come quello di Eluana, e sulle sentenze che ostacolano il percorso del padre. Non abbiamo nulla da dire?». L’amalgama si contorce, ma non prende forma. Gli argomenti entrano nell’impasto, ma non diventano ingredienti. Ermete Realacci ha il coraggio di parlare «del danno che il Pd ha avuto dai rifiuti di Napoli». Massimo Brutti del fatto che «non si prendono finanziamenti dagli imprenditori a cui si danno gli appalti!». Luciana Sbarbati tuona contro «il patto di potere tra correnti che è il vizio di nascita e di crescita del Pd che impedisce a chiunque di partecipare». Può farlo, perché è una ex repubblicana. Nell’amalgama finiscono anche nuovi ingredienti. Ma tutto resta nell’impasto, senza prendere forma. Un partito solidale mal riuscito. Forse sarebbe meglio il contrario.