Il Pd "rifiuta" Pannella e Di Pietro

Per la segreteria restano in sei, il ministro e il leader radicale respinti: &quot;Capi di altri partiti&quot;. E un sondaggio rivela: <a href="/a.pic1?ID=196331" target="_blank"><strong>il nuovo partito unico vale meno della somma di Ds e Dl</strong></a>

Roma - Rifiutati. Marco Pannella e Antonio Di Pietro non possono candidarsi alle primarie del Partito democratico. Il comitato politico-amministrativo, a notte inoltrata, ha fatto sapere che i due non hanno i requisiti per guidare il Pd. Il motivo è semplice: sono leader di altri partiti che nulla hanno a che fare con il soggetto politico nato dalla fusione tra Ds e Dl. Come aveva fatto notare Dario Franceschini, capogruppo dell’Ulivo alla Camera: «È una cosa un po’ strana che il segretario di un partito si candidi per guidarne un altro nuovo». È un problema di incompatibilità. Qualcuno fa notare che forse anche Walter Veltroni dovrebbe scendere dal Campidoglio. Risposta: non ci penso neppure. «Sarò sindaco fino al 2011 e continuerò a lavorare per Roma come ho fatto fino a oggi. Anzi, di più». Resterà, insiste, anche se e quando diventerà segretario del Partito democratico. «Le due cose non sono in disaccordo, sono compatibili perché non c’è una funzione politica per la quale smettere, ce n’è solo una istituzionale». Dunque, nessun abbandono in vista: «Continuerò a svolgere il mio compito fino alla scadenza del mio mandato perché sono innamorato di questo lavoro e di questa città e perché sono stato scelto dai romani. Lavorerò ancora di più. Chi mi conosce sa che questa non è una cosa che mi spaventa».

Ma il centrodestra protesta. «La capitale non può avere un sindaco part-time», dice il suo ultimo duellante Gianni Alemanno. Dubbi pure nel centrosinistra, dove in molti ricordano il diverso approccio scelto da Rosy Bindi: il ministro per la Famiglia ha detto più volte che, se sarà eletta alla guida del Pd, lascerà gli incarichi di governo. Veltroni invece rimarrà in ogni caso. «Lo fa per non indebolire troppo il premier», sostiene Roberto Villetti, vicepresidente dello Sdi. «Il sindaco di Roma - spiega - si rende conto che il suo ruolo può essere trasformato in quello dell’anti-Prodi. La sua candidatura, invece di rafforzare la maggioranza, può essere uno dei principali elementi di destabilizzazione. Se ciò avvenisse, una crisi devastante coinvolgerebbe non solo il Pd, ma il centrosinistra e la legislatura».

Sarà per questo che Veltroni, nel giorno della presentazione ufficiale, precisa che la sua candidatura non nasce per sostituire il Professore ma per «aprire un nuovo capitolo nella politica italiana». Intanto il suo comitato deposita 2950 firme. Il sindaco di Roma dovrà vedersela con un’agguerrita pattuglia di sfidanti. Completo nero, maglia arancione, sandali, Rosy Bindi arriva personalmente alle 10 a Santi Apostoli con tremila firme: la prima è quella di Arturo Parisi. «Ne abbiamo raccolte altrettante», annuncia. Gli avversari minori faticano a trovare le firme. Furio Colombo ce la fa. Enrico Letta, lo sfidante più accreditato, sceglie il web per lanciare il guanto: «Libertà e competizione».

In serata è il turno degli oppositori più attesi, i due «esterni» Antonio Di Pietro e Marco Pannella. Il ministro per le Infrastrutture fa il vago per tutta la giornata, ma alle 20,15 ci pensa Leoluca Orlando a depositare le firme. «Mi candido per salvare il centrosinistra - dichiara Pannella -. Questo palazzo vivrà un momento di grande responsabilità. Se non mi accettano, ricorrerò ai probiviri». Dovrà farlo. Così come Di Pietro.