Pd da "rottamare": è caos anche sulle primarie

I giovani capitanati dal sindaco di Firenze Renzi vogliono liquidare i vecchi leader. Bersani frena: "Lasceremo a tempo debito". A Milano rissa tra gli aspiranti sindaco dopo le scorrettezze denunciate da Onida: si dimette il presidente del comitato organizzatore

Roma - Tra i reciproci inviti alla «rottamazione» che si scambiano i suoi dirigenti e gli incidenti di percorso che funestano le primarie per le prossime amministrative, il Pd continua a non passarsela troppo bene. E a non monetizzare nulla della profonda crisi che scuote il centrodestra.

Pier Luigi Bersani invita alla calma, «siamo un partito giovane e dobbiamo darci tempo», dice. E per prevenire l’attacco dei «rottamatori», assicura che «la ruota deve girare», la vecchia dirigenza dovrà - a tempo debito - lasciare il posto a una nuova, e che intanto bisogna «fare qualche strappo per avere più giovani e donne nei luoghi clou». Il segretario Pd ne approfitta anche per mandare un messaggio a chi auspica “papi stranieri”: «Nessuna leadership può nascere al di fuori dalla politica».
Dal fronte interno dei «giovani» gli replica il milanese Pippo Civati: «I leader del Pd si rottamano da soli se vanno avanti così». Civati è uno degli organizzatori dell’appuntamento del 5 novembre a Firenze, già ribattezzato «convention dei rottamatori», che vuol chiamare a raccolta e lanciare nuove potenziali leadership: «Nicola Zingaretti, Deborah Serracchiani, Laura Puppato», elenca Civati. Star dell’incontro, ovviamente, il sindaco fiorentino Matteo Renzi, protagonista nelle ultime ore di un feroce botta e risposta con la capogruppo al Senato, Anna Finocchiaro: lei gli ha dato del «maleducato» per come irride ai big del partito; lui le ha risposto che, visto che è in Parlamento dal ’97, farebbe bene a «farsi da parte e lasciare il suo posto a una precaria». Aggiungendo che se altri, come Massimo D’Alema, si ritirassero dal proscenio «ce ne faremmo certo una ragione».

Ai veleni inter-generazionali si aggiungono quelli pre-elettorali. Se a Bologna il Pd si è improvvisamente ritrovato senza il suo candidato forte, e ora annaspa, a Milano è scontro duro sulle primarie. I nomi che si contendono il ruolo di candidato sindaco sono quattro, ma uno solo, l’archistar Stefano Boeri, ha l’imprimatur del partito. E questo, ha denunciato uno dei suoi concorrenti, l’ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida, lo avvantaggia indebitamente rispetto agli altri: «Le primarie sono falsate», i candidati “outsider” non possono neppure accedere all’indirizzario dei votanti delle ultime consultazioni interne per farsi campagna perché il Pd locale lo usa per il «suo» uomo. A dar manforte a Onida è il parlamentare veltroniano Emanuele Fiano: «Chiedo al mio partito di mettere tutti i candidati nelle stesse condizioni, anche se mi risulta difficile credere che finora non sia stato fatto». Ma a bruciare di più è stato il fatto che ieri il Corriere della Sera, quotidiano milanese per eccellenza, abbia dedicato alla faccenda un corsivo di prima pagina, stigmatizzando l’accaduto e accusando il Pd di giocare «scorretto». Il presidente del comitato organizzatore Costanzo Ariazzi, punto sul vivo, si è dimesso, rivendicando di aver fin qui svolto un lavoro «equilibrato e rispettoso di tutti». È dovuto intervenire il coordinatore della segreteria nazionale, Filippo Penati, per cercare di rimettere pace: «Le primarie sono un bene prezioso, lavoriamo perché ritorni un clima amichevole».

Mentre va in onda la rissa sulle primarie, dietro le quinte si vocifera che in realtà il “vero” candidato del Pd potrebbe alla fine non uscire dalle primarie: se si concretizzasse la candidatura «centrista» di Gabriele Albertini, sostenuta da Udc e Fli, e capace - si assicura - di mandare al ballottaggio il candidato appoggiato da Pdl e Lega, il Pd potrebbe appoggiare l’operazione al secondo turno, pur di mettere a segno un colpo contro il Cavaliere che - con i suoi candidati, primarie o non primarie - non sarebbe mai in grado di affibbiare.