Il Pd s’inventa il partito dall’etica ad personam

I Democratici accusano Berlusconi di non rispettare le regole, ma in
Puglia per candidare Emiliano sono pronti a modificare la legge
regionale. Del resto, lo statuto è stato sempre stravolto per mantenere
privilegi e le primarie si fanno solo se conviene

Roma «Affinché la scelta sia moralmente buona, ciò che il ragionamento afferma e ciò che il desiderio persegue devono essere la stessa cosa». Quando Aristotele enunciava questo concetto sicuramente non pensava che Veltroni, Franceschini, D’Alema e Bersani avrebbero ribaltato le leggi della morale a uso e consumo della sopravvivenza del Partito democratico.
Eppure se c’è una costante che accomuna le tre leadership di largo del Nazareno non si può fare a meno di individuarla nella totale divergenza tra princìpi universali e comportamenti individuali. Ebbene sì, quel partito che quotidianamente rinfaccia a Silvio Berlusconi rispetto scarso o nessuno per la Costituzione, il partito che accusa il premier di essere il capo di una «caserma», è il partito che non rispetta il proprio Statuto.
La guerra fratricida tra il sindaco-sceriffo Michi Emiliano e il governatore pugliese uscente Nichi Vendola è solo la punta di un iceberg. Il balletto che va avanti dall’estate scorsa tra l’ex rifondarolo e l’ex magistrato è il sintomo di una gestione tutta personalistica della politica. Eppure l’articolo 20 dello Statuto è chiaro: se il Pd è in coalizione (e in Puglia lo è), si fanno le primarie di coalizione ed elettori e simpatizzanti scelgono il candidato. Checché ne pensi Massimo D’Alema secondo il quale i cittadini decidono se e solo se «le forze politiche condividono».
A Bari, poi, si sono inventate addirittura le leggi regionali ad personam. In consiglio il 19 gennaio approderà l’Emilianum, una norma che consente ai sindaci di candidarsi a governatore. In questo modo Michi, pur soggiacendo al «giogo» delle primarie, non dovrà dimettersi. In caso di elezione, potrà affidare le deleghe al vicesindaco o a un terzo «teleguidando» ancora la giunta barese, in pratica unificando due cariche in una persona. In caso di trombatura, rimarrà beatamente al suo posto. Alla faccia della democrazia.
Nessuna sorpresa. Sono cose che succedono se le primarie diventano un plebiscito e non uno strumento di scelta. Sono servite quando erano pleonastiche, cioè quando servivano a incoronare Prodi e Veltroni. Negli altri casi sono state un disastro politico. Nel 2004 l’outsider Vendola proprio in Puglia silurò il candidato delle segreterie Boccia, a Firenze l’anno scorso il boyscout Matteo Renzi ha sbaragliato gli uomini di punta di D’Alema e Veltroni. Episodi poco edificanti sono accaduti in altri ambiti. Nel Lazio buio fitto sul nome da contrapporre a Polverini, in Calabria primarie di coalizione, ma solo per nascondere che i quattro principali candidati sono di area bersaniana.
E allora, perché nei democrat intelletto e sensibilità non dicono la stessa cosa? Perché vari pretendenti al «trono» sono stati cacciati su due piedi? Pochi infatti ricordano le pretestuose esclusione da un momento «democratico» come le primarie di Antonio Di Pietro e Marco Pannella nel 2007 e Beppe Grillo quest’anno. «Provocatori!», risposero Fassino e Rutelli. Ma in democrazia non sono tutti uguali, tessera o no?
E che dire del «gran rifiuto» di Bersani, costretto a farsi da parte per lasciare la scena prima a Veltroni e poi a Franceschini designato segretario dopo le dimissioni di Uòlter in maniera che fece gridare il pacatissimo Arturo Parisi allo scandalo? I due passi indietro di Bersani spiegano, infatti, l’impasse di oggi nel trovare candidati da presentare alle Regionali. Il Partito democratico ha in effetti sacrificato la verità in ossequio all’autoriproduzione del potere, anzi del micropotere dei suoi cento minileader, dei suoi mille «cacicchi» disobbedienti.
Ed è sempre allo statuto che si ritorna se si guarda la composizione dei gruppi parlamentari. L’articolo 22 stabilisce che non sia ricandidabile chi ha già effettuato tre mandati: senza le deroghe del 2008 molti deputati e senatori, Bersani, Fassino e D’Alema inclusi, avrebbero dovuto rinunciare allo scranno. I maligni di Montecitorio mormorano che le fuoriuscite di questa legislatura siano imputabili alla volontà di sottrarsi alla scure dei tre mandati in caso di fine anticipata.
«La vera dimensione etico-politica passa attraverso il nostro personale rapporto con la verità», scriveva Michel Foucault, filosofo non alieno ai piddini. Ma se l’etica diventa un elastico che s’allunga e s’accorcia a piacimento, le parole non valgono nulla.