Il Pd allo sbando, Veltroni accerchiato e mesto ora rinnega Prodi e Di Pietro

L’ira del leader pd: &quot;Tonino traditore, non dia lezioni di etica&quot;. E su Romano: sbagliato fingere di aver vinto. Rieplode lo scontro con l'ala dei popolari <a href="/a.pic1?ID=288598" target="_blank"><strong>e i dalemiani attaccano il &quot;clan Ppi&quot;
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nostro inviato a Firenze

Sarà che il matrimonio di Jovanotti lo ha messo di buon umore, o che la platea stracolma del tendone fiorentino lo ha rinfrancato, o che quel battimani senza fine che lo ha accolto ha funzionato da adrenalina. Fatto sta che il Walter Veltroni che ha chiuso ieri sera la Festa democratica di Firenze era il Veltroni più tonico degli ultimi mesi, ben deciso a «riprendere in mano il suo popolo», come spiegano i suoi strateghi e a «scrollarsi di dosso la polvere della sconfitta», e di una estate da incubo per il Pd, come nota Marco Follini.
Molta meno Nutella e molta più verve polemica, anche interna. Schiaffoni a Parisi, che ha «offeso innanzitutto il popolo del Pd» parlando bene di Berlusconi e male di lui. «Ci sono - incalza - alcuni dirigenti che hanno capito che per andare sui giornali bisogna sparare bordate utilizzando tutte le occasioni senza preoccuparsi dei danni che producono al corpo collettivo del partito». Ma per fortuna «il partito è molto più avanti dei suoi rappresentanti». Severi rimbrotti a Di Pietro, che prima ha «sottoscritto il nostro programma e l’impegno a fare un gruppo unico», e poi «ha tradito e stracciato quel patto fatto davanti agli elettori». Proprio lui che «ci dà lezioni di etica». E che ora «cavalca la tigre della giustizia» e indice «manifestazioni per il no», che «evocano l’odio» in concorrenza con quelle del Pd. Ma «noi siamo diversi», e «in piazza ci andremo per dire cosa vogliamo fare per il Paese».
Il suo intervistatore, Enrico Mentana, infila maliziosamente la domanda lasciata in sospeso da D’Alema, che quando gli è stato chiesto perché l’alleanza con Di Pietro aveva rinviato al segretario: «Chiedete a lui». E lui, col sorriso sulle labbra, si vendica: «È stata una scelta che abbiamo condiviso tutti, quella: eravamo tutti d’accordo tranne una persona», lasciando intendere che quell’unico lungimirante oppositore (qualcuno dice Latorre, qualcun altro Follini) non era comunque D’Alema. Al quale Veltroni riserva un certo gelo: «Ha detto che è pronto a dare una mano, e va benissimo», ma «vorrei che ci fosse più spirito di squadra» da parte di tutti i dirigenti. E poi bisogna guardare avanti e preparare il Pd «di domani, non di ieri», quindi l’obiettivo del leader non è quello di recuperare i D’Alema e i Marini, ma di «far avanzare una nuova generazione di dirigenti».
Ci sono anche veleni postumi per Prodi e per i suoi errori di gestione della «non vittoria» del 2006, perché si sbagliò a «far finta di avere vinto» e a «non avere la saggezza di corresponsabilizzare» il centrodestra nel governo delle istituzioni. E dure critiche al «caravanserraglio» di una coalizione «improponibile» che andava «da Dini a Ferrero»,e dentro la quale c’era un partito, Rifondazione comunista, che «mentre stava al governo intratteneva rapporti con i terroristi delle Farc, quelli che avevano rapito Ingrid Betancourt».
Era una prova difficile, quella con la liturgia delle feste di partito e con la solennità dell’intervento finale (sdrammatizzato in intervista a cura di Mentana), e a preoccupare lo staff veltroniano c’era anche l’eterno incubo del confronto con Massimo D’Alema, il D’Alema che anche qui ha fatto il tutto esaurito nella sua serata alla Festa. Ma il confronto è stato vinto dal segretario: la disciplinata folla post-diessina si è assiepata dalle quattro del pomeriggio, portandosi sedie e bottiglie d’acqua, e ha atteso per due ore in un’afa opprimente che Veltroni (accorso a salutare all’altare l’amico Jovanotti, in quel di Cortona) tornasse alla Fortezza. Per poi accoglierlo con un’ovazione che - per un attimo - lo deve aver fatto sentire un Obama bianco: tant’è che, proprio come il candidato democrat, ha attaccato con una sfilza di «grazie» che non finiva più. Poi però, asciugato il ciglio, è partito all’attacco assicurando che il Pd «non ha alcuna intenzione di alzare bandiera bianca», e invitando la sinistra a superare la propria suicida «sindrome Tafazzi»: «Basta con questo psicodramma infinito, basta fuoco amico: con il 34% abbiamo la più grande forza del riformismo italiano», e il tempo per andare alla riscossa. «Se c’è una cosa che invidio al centrodestra - dice - è la sua capacità, quando ha perso le elezioni, di rimboccarsi le maniche e ripartire, senza autodevastarsi come facciamo noi».