Pd allo sbando Veltroni, il leader che nessuno ascolta

Il nuovo anno è iniziato per Veltroni con le stesse pene con cui si è concluso il 2008. Persino, se è possibile, con qualche pena in più. Se il povero Walter avesse ancora i capelli, lì dovrebbe mettersi le mani per tutto il giorno e per tutti i santi giorni. Aveva chiuso il 2008 facendosi affidare dalla Direzione del suo partito i pieni poteri per governare una periferia ribelle e affollata da indagati. In qualche situazione c’erano le due cose assieme. È il caso di Napoli dove la questione morale si è intrecciata con una crisi politica fra Pd e sindaco Iervolino che sarebbe di proporzioni gigantesche se non fosse ormai cosa da avanspettacolo. La giunta napoletana non funziona per unanime riconoscimento. Non c’entrano le inchieste. È che Napoli è da mesi e mesi senza governo. Napoli e la Campania avrebbero dovuto essere il segnale di forza del segretario con le dimissioni del sindaco e del presidente di Regione. È finita con le dimissioni del segretario partenopeo del Pd, il prof. Nicolais amico di Bassolino poi di D’Alema, infine di Veltroni che si è visto registrare dalla Iervolino le loro conversazioni private. Nella legge sulle intercettazioni andrebbe previsto un capitolo per quelle a uso privatissimo.
La sindaca invece di andarsene o di fare una giunta del tutto nuova (si era parlato anche del giovane Francesco Boccia come uomo forte del nuovo corso) ha riproposto la squadra di prima con sei nuovi innesti, tutti scelti fra i più fedeli sostenitori di Veltroni. Si direbbe a Napoli, che ha fatto una cosa a sfottere, uno «sfrucuglio» del segretario che solo una femminile malizia poteva immaginare. Ora è sceso a Napoli Enrico Morando di Alessandria come commissario politico.
Farà la stessa fine di Achille Passoni mandato in Sardegna a dirimere la controversia fra Antonello Cabras, di fede diessina e Renato Soru, padrone di Tiscali e dell’Unità che aspira alla rielezione nelle prossime consultazioni sarde. In Abruzzo si è precipitati dal dramma al ridicolo. Dapprima Veltroni ha voluto mandare il segnale di maggiore apertura a quei magistrati che gli avevano arrestato il sindaco e segretario regionale Luciano D’Alfonso, inviando come «commissario politico» l’uomo più vicino ai pm dopo la defezione di Violante, cioè Massimo Brutti. Dopo la scarcerazione di D’Alfonso ha preso le difese dell’indagato. Ci si aspettava un gesto alto. Chessò un D’Alfonso che manteneva le dimissioni da sindaco per difendersi meglio o sfidava il nuovo arresto ritirando le dimissioni. È finita con il sindaco che si è messo in malattia. Roba da mandare in bestia Brunetta. A Firenze altro casus belli con un partito che non trova pace.
Dovunque si giri il Veltroni del 2009 rivela una caratteristica esiziale per un segretario politico. Non ha alcun controllo del suo partito. Anche l’invio di commissari si sta trasformando in una burletta. I lettori del Giornale ricorderanno che dopo la Direzione del Pd scrissi che erano nati due partiti, quello che Veltroni avrebbe diretto dall’alto con i suoi emissari e quello di periferia che si faceva i fatti propri. Dopo quindici giorni è finita proprio così, con la piccola differenza che gli emissari di Veltroni vanno in periferia e non sanno che cosa fare perché non c’è nulla da fare, perché la rissa è mostruosa, perché il mandato del segretario è privo di forza perché non ha forza propria il segretario. Devo dire la verità che ho trovato divertente ascoltare D’Alema che insegnava agli israeliani come si fa la pace, quando neppure lui riesce a sedare una sola rissa nella periferia del proprio partito.
Quanto può durare questa situazione? Ormai non sono più possibili rimedi. Solo il voto elettorale amministrativo e quello europeo possono definire il destino del Pd. Una sana battaglia interna sarebbe stata la via d’uscita più seria qualche settimana fa. Oggi non ci può essere né la tregua né la guerra. C’è solo questo vuoto politico, di cui si gioverà Antonio Di Pietro. È un serio problema per il sistema-Paese. Si può andare avanti anche con uno scontro prolungato fra maggioranza e opposizione, non si può andare avanti con una opposizione che si sta squagliando al sole invernale. Qui c’è il rischio democratico. L’assenza di una opposizione parlamentare autorevole, apre il varco a tutti i fanfaroni e a tutte le avventure. E cancella l’unico materiale genetico su cui la sinistra aveva coltivato la propria crescita. Non sapeva fare tante cose, ma sapeva fare opposizione. Ora neppure questo.