Il Pd si sente sempre più isolato ma non trova compagni di strada

Scaricati socialisti e radicali il partito di Veltroni incassa il secco rifiuto della Bonino: "Non sono un'accattona". Grana candidature: le regioni rosse vogliono le primarie

Roma - Incontri, riunioni e «caminetti» (di buona memoria Dc) a ritmo serrato.
Il tempo stringe, e i nodi da sciogliere sono ancora molti per il Partito democratico. C’è innanzitutto la questione delle alleanze: la partita con radicali e socialisti è chiusa. Walter Veltroni non vuole nessun apparentamento, ma spera che la paura di sparire dal Parlamento li spinga ad accogliere la sua offerta di piazzare qualche candidato dentro le liste democrat. Ieri Fassino ha annunciato: «Siamo pronti a candidare Emma Bonino» come fiore all’occhiello del Pd, ma solo lei perché per il resto l’ex segretario Ds critica aspramente i radicali e le loro politiche troppo liberiste. Dura la risposta del ministro: «Non sono un’accattona». E Pannella rincara: «Questo Pd fa venire nostalgia del vecchio Pci, quello di Umberto Terracini».

In realtà anche dentro il partito veltroniano in molti criticano la linea che si sta seguendo: «Tutti vorrebbero la Bonino nel loro partito - dice ad esempio Rosy Bindi - ma si offende la sua coerenza chiedendole un’adesione personale». Anche Barbara Pollastrini, altra collega di governo, attacca l’avance di Fassino: «Non possiamo selezionare in casa altrui, che Emma Bonino non sia un’accattona mi pare del tutto evidente».

Coi socialisti Veltroni si è incontrato ieri, e sono volate scintille. Il leader del Pd ha rinfacciato a Boselli le critiche di questi mesi e anche gli «inammissibili attacchi che mi sono stati rivolti da alcuni di voi in pieno Parlamento», poi lo ha blandito: «Apparteniamo alla stessa famiglia, una faccia una razza, venite con noi». Niente da fare: «Ci offrono ospitalità ma vogliono solo un’annessione», dice Villetti. «Al Pd non interessa il programma, ma solo i seggi che potremmo fargli guadagnare», rincara Alberto Nigra.

Resta aperta, invece, la trattativa con Antonio Di Pietro. Anzi, secondo l’Italia dei valori l’alleanza sarebbe già chiusa, «ma il Pd ci ha chiesto di aspettare a dichiararla: hanno bisogno di farla sembrare un’operazione sofferta, per giustificare il no a Ps e Radicali», confida un esponente. Attorno al loft crescono le pressioni: la corazzata di Repubblica, ad esempio, ieri ha sfornato un apposito sondaggio per convincere il Pd ad allearsi con l’ingombrante ex pm, e arrivare così al 34% in coalizione. Ma le perplessità in casa democratica restano, per varie ragioni. Creando una microcoalizione si rischia di «offuscare il messaggio vincente di un Pd che corre da solo», ragionano i veltroniani. E c’è preoccupazione per la fauna dipietrista: «Non vorremmo ritrovarci eletti personaggi alla De Gregorio, o peggio». Veltroni avrebbe chiesto di avere voce in capitolo sulle liste di Idv, in caso di alleanza. Il calcolo costi-benefici elettorali di un apparentamento con l’alfiere del giustizialismo poi non è così positivo: «Di Pietro nei sondaggi ha il 4%, ma può farci perdere il 3% di voti», spiegano dal loft.

Resta aperta anche la partita delle candidature del Pd, su cui oggi Veltroni si confronterà con i segretari regionali. Emilia e Toscana, che pesano assai e dove l’apparato è tutt’altro che veltroniano, reclamano le primarie, per poter pilotare la composizione delle liste fuori dal controllo del segretario. Che ovviamente non ci vuole stare. E intanto la regola dei tre mandati suscita ribellioni tra i potenziali esclusi: da De Mita (che ieri ha chiesto a Veltroni una deroga) alla Serafini, a molti altri. Quanto al programma, ancora in via di definizione, restano da affrontare alcuni nodi sensibili. A cominciare dalla politica dei diritti e della laicità, avversata dall’agguerrita ala cattolica. Ieri la Pollastrini ha lanciato un avvertimento: «Sono convinta che il tema delle coppie di fatto avrà il suo spazio». Ma rischia di illudersi.