Il Pd sposa il modello francese, Unione infuriata

da Roma

Monta l’insofferenza di Walter Veltroni e del suo staff per la «melina» del premier Prodi e dei partitini della maggioranza contro una riforma della legge elettorale che semplifichi il quadro politico. Ieri è toccato al numero due del Pd, Dario Franceschini, esternare attraverso un’intervista a Repubblica la propria ubbia proponendo una nuova soluzione.
«L’elezione diretta del presidente. Io penso al presidente della Repubblica come in Francia ma si può discutere anche di una figura più simile al Sindaco d’Italia», ha dichiarato Franceschini adombrando processi decisionali più snelli. Con la spada di Damocle del referendum che minaccia la maggioranza e con il Vassallum e la «bozza Bianco» che fanno da canovaccio al dialogo bipartisan, una tale rivoluzione non appare facilmente realizzabile. È probabile quindi che Franceschini e Veltroni abbiano voluto «instradare» il vertice di maggioranza del prossimo 10 gennaio.
Di qui la risposta risentita dell’estrema sinistra. «Proposta irricevibile» per Giovanni Russo Spena (Prc). Il ministro Ferrero si è spinto oltre additando il Pd come «un fattore di destabilizzazione». Gli sd Cesare Salvi e Massimo Villone hanno bocciato il progetto come una delle tante soluzioni «miracolistiche». E nemmeno la prodiana Rosy Bindi ha apprezzato. Anche l’udc Mario Baccini ha manifestato scontento perché una simile riforma sarebbe un «espediente per evitare che nasca il polo moderato centrista».
Il Pd e la sua «vocazione maggioritaria» devono confrontarsi con lo schieramento trasversale favorevole al modello tedesco. E con chi come la Lega teme la mina-referendum («Attendiamo la proposta della maggioranza augurandoci che non si pensi al modello keniota», ha detto Calderoli). Quel referendum che Maurizio Gasparri (An) attende per avere «meno partiti e vero bipolarismo». Prudente Fi. «Troppe proposte in una sola intervista - ha commentato Renato Schifani - mentre è in Parlamento che si misurerà la volontà di una riforma condivisa».