Pd, Veltroni non vuole Bassolino sul palco

La guerriglia fra i big locali di Ds e Margherita imbarazza il leader designato, che snobba «o’ governatore» e la Jervolino

da Roma

È successo di tutto: insulti, cordate, colpi bassi. Nella Campania governata dal centrosinistra le liste per le primarie del Partito democratico, tenute aperte per l’insanabilità dei conflitti esplosi nella maggioranza, chiudono formalmente solo oggi. Scade solo ora, infatti, la proroga di 48 ore, che proroga la proroga della proroga al termine che, se si fosse applicato il regolamento che vige in tutto il resto d’Italia, sarebbe scaduto il 24 settembre scorso (!).
Così queste primarie diventano una perfetta immagine del degrado della classe dirigente del centrosinistra, e la Campania l’unica regione d’Italia in cui ci sono ben tre candidati «veltroniani» (almeno sulla carta) uno contro l’altro ferocemente armati. Il primo, quello «ufficiale» (le virgolette sono d’obbligo) è Tino Jannuzzi, uomo lanciato in pole position da Ciriaco De Mita con una geniale strategia di tira-e-molla durata per tutta l’estate. La vecchia volpe della Dc ha prima messo in campo il proprio nome, poi ha costretto tutti i diessini a dire in pubblico che sarebbe andato bene (e a scongiurarlo di non correre in privato) e poi ha calato l’asso del suo pupillo. Il risultato? Rutelli sbatte la porta e butta in pista Sandro De Franciscis (uno dei suoi «coraggiosi»), e un gruppo di ex bassoliniani e di ex popolari delusi dai primi e dai secondi si raccoglie intorno al nome di Salvatore Piccolo. Tutto qui? Macché: il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, fa campagna invitando a votare (anche il centrodestra!) le sue liste «per mandare a casa il sistema di potere di Bassolino e De Mita» (!) e il confronto fra i candidati non si fa per veti incrociati tra i rivali. Giovedì scorso, quando Walter Veltroni è sceso a Napoli per presentare le sue liste, la sala Galatea della stazione Marittima si trasformava in uno scenario surreale: 600 posti a disposizione, 200 vuoti, metà sala in piedi a parlare, e lo stesso Veltroni costretto a uno sfogo mai sentito prima: «Ma insomma, se continuate a fare questa confusione, non si sente nulla».
Per non restare impantanato nel Vietnam campano, il sindaco ha messo in campo questa strategia. Ha chiuso la sua campagna a Scampia, e sul palco intorno a sé non ha voluto né Antonio Bassolino né Rosa Russo Jervolino, nessun dirigente locale, circondandosi di ragazzi e volti della mitica «società civile» (studenti, magistrati, poliziotti, giovani ricercatori). Risultato? Molti candidati hanno disertato l’appuntamento. Presidente di Regione e sindaco, seduti in prima fila, lo ascoltavano con bocche serrate, e sorrisi pietrificati. Il tentativo di rinnovare nella continuità, far convivere tutto e il suo contrario, i giovani e la conservazione, satira e ortodossia, a tratti regalava immagini grottesche. Ad esempio quella di Bassolino e della Jervolino costretti a sorridere per le battute della comica napoletana che apriva lo show scherzando sulle «eco-balle» dei rifiuti che ammorbano la regione: «Diciamo che sono ecologiche. E sono proprio delle balle!». Hi-hi-hi, che ridere, la sale esplode nell’applauso, gli amministratori fanno buon viso a cattivo gioco. Un’altra scena surreale? Il discorso pieno di passione di Rosario Esposito La Rossa giovane volontario di Scampia autore di un libro di successo sulle storie del quartiere (Al di là della neve, Marotta & Cafiero editori). Rosario fa venir giù la sala quando racconta: «Per strappare i ragazzi dalla droga abbiamo fatto una scuola calcio. Serviva un campo. Gli amministratori della città ci hanno detto: “Ma no, ci vuole uno stadio!”». Il risultato? «Da tre anni - chiude Rosario amareggiato - è abbandonato, perché mancano autorizzazioni». Applausi di tutti, sorrisi pietrificati di Bassolino e Jervolino. Poi il poliziotto di strada racconta che non ha benzina, il magistrato Raffale Cantone (ovazioni per lui) che l’indulto del centrosinistra manda liberi i criminali, Antonio Sannino, padre di una vittima di Camorra, irrompe sul palco per dire che non ha avuto né giustizia né solidarietà e scendendo dal palco se la prende con Bassolino. Veltroni accusa: «Qualcuno, anche in casa nostra, che quando si parla di legalità scuote le spalle». Chi? Non lo dice. E i sorrisi, quando smette di parlare, restano pietrificati.