Il Pd vota il coordinatore e si spacca su tre bocconiani

Nonostante le apparenze (come la manifestazione del 25 ottobre), il dopo Veltroni è iniziato anche a Milano. Lo dimostrano le grandi manovre per l’elezione del coordinatore cittadino del Pd, carica che doveva essere organizzativa e invece ha assunto un significato politico. Il partito è già diviso in tre: il consigliere comunale/ manager Davide Corritore (che ha formalizzato ieri la candidatura con un duro attacco all’attuale linea del Pd veltroniano), il professor Stefano Draghi, che arriva dalla storia del Pci, e Francesco La Forgia, che a trent’anni ha già fatto in tempo a sedere nella segreteria Ds. C’è persino chi non esclude una quarta candidatura, di area cattolica: potrebbe essere il vicepresidente della Provincia, Alberto Mattioli. Manca una settimana alla chiusura delle candidature per il voto che avverrà il 16 novembre.
Una situazione che rischia di mandare in pezzi il Pd milanese. Spaccatura ancora più singolare perché i tre candidati più papabili hanno lo stesso retroterra culturale: bocconiani, sia pure di generazione diversa. A votare saranno gli eletti del Pd residenti a Milano (un centinaio tra consiglieri di zona, comunali, provinciali, regionali, parlamentari romani e europei) e i direttivi dei Circoli (circa quattrocento, in media dodici esponenti per ciascuno dei 35-40 circoli del Pd in città).
In pole position è il consigliere comunale Davide Corritore, che nella lettera di candidatura spedita ieri a iscritti e simpatizzanti parla di «disillusione», «rabbia», «attesa tradita», «malessere di tanti democratici per un’identità annunciata e spesso non praticata». Bordate contro Veltroni. «Cercherò firme di sostegno alla mia candidatura in modo trasversale, cercando di superare assetti precostituiti» scrive. Tradotto dal politichese, significa che Corritore può essere l’uomo del binomio Enrico Letta-Massimo D’Alema, l’alleanza tra cattolici e riformisti ds che può spodestare il consunto Veltroni. Corritore ha sostenuto Letta durante le primarie nazionali del Pd e ha un passato da consigliere economico di D’Alema a Palazzo Chigi. A Milano stanno con lui l’ex segretario ds Franco Mirabelli e la margheritina Patrizia Toia, Piervito Antoniazzi e gruppi dei circoli. Inoltre, è l’unico a potersi presentare come “nuovo”, sia perché non ha mai avuto una tessera di partito sia perché il suo debutto in politica è avvenuto con la battaglia delle primarie.
Tra i candidabili spicca il nome di Stefano Draghi, classe 1942, laureato in economia alla Bocconi “sondaggista” storico del Pci, segretario cittadino del Pds negli anni di Tangentopoli, che potrebbe raccogliere il consenso di vecchi militanti dei circoli. Difficile però spiegare nell’ottica di un nuovo partito la scelta di un esponente, sia pure autorevole, del partito comunista: Draghi era responsabile dell’ufficio elettorale di Botteghe Oscure. Nel Pd in molti sperano che sia lui stesso a fare un passo indietro (anzi, a non farlo in avanti) per evitare contrapposizioni e imbarazzi.
C’è poi il giovane Francesco La Forgia, ricercatore alla Bocconi. A spingere per il trentenne l’ala movimentista di Ds, che però già esprime il capogruppo in consiglio comunale, Pierfrancesco Majorino e - forse - qualche bindiano.
Ma è proprio l’assenza di un candidato di estrazione cattolica a tentare alcuni che vorrebbero costruire una quarta candidatura. Si parla di Alberto Mattioli, vicepresidente della Provincia di ala rutelliana, proveniente dall’Azione cattolica, vicino a Enrico Letta e vice di Filippo Penati in Provincia. Se trovasse un accordo con i diessini, un profilo con qualche freccia al proprio arco.