Il Pd vuole già guarire dall’obamite

RomaBarack «è uno di noi», dice Walter Veltroni, che su Obama aveva «scommesso fin dal 2004».
Ora, si può anche far dell’ironia sull’entusiasmo obamiano che ha colto il Pd, e soprattutto su quanto al neo-presidente Usa potrebbe piacere l’idea di ritrovarsi arruolato ad honorem nelle truppe guidate da Dario Franceschini, Beppe Fioroni e Veltroni medesimo. Ma che il segretario del Pd abbia scommesso, da lungo tempo e all’inizio piuttosto in solitario, sul candidato democratico è indubbio. E che la sua scommessa sia andata a buon fine anche.
Certo, come gli ha crudamente ricordato Arturo Parisi, è pur vero che se Obama è riuscito a prendersi persino l’Ohio, i suoi fan italiani stanno per perdersi persino l’Abruzzo, ma non è questo il punto della scommessa veltroniana. Il segretario del Pd, e i suoi con lui, sono convinti che la vittoria del democratico americano possa avere un riflesso positivo (per lui) nel paese e nello stesso partito. Da un lato appannando l’immagine di Berlusconi, per quello che Veltroni chiama «il fattore età» e perché «quello che si affaccia con Obama è un mondo nuovo»; e dunque - si spera - creando un clima elettorale più favorevole al «giovane» Pd in vista delle prossime europee. Dall’altro, ridando smalto alla leadership di Veltroni, rafforzando il suo tentativo di imporre nuovi quadri interni non concordati con gli «oligarchi» che, ricorda lui acido, «tifavano Hillary» (e ogni riferimento a D’Alema è non casuale) e confermando la sua idea, molto «americana», della forma partito: un grande contenitore, un leader unico che si confronta non con gli apparati ma col «popolo», attraverso primarie e Internet, eventi di massa e Facebook. Soprattutto, spera Veltroni, spazzando via la nostalgia delle vecchie appartenenze che nel Pd, anziché diluirsi, si sta rafforzando. Come dimostra ad esempio lo scontro sordo sulla futura collocazione europea: i Ds, Fassino e D’Alema in testa, che lavorano per mantenere il legame col socialismo europeo e per convincere il Pse a fare quei maquillage nominalistici che consentirebbero al Pd di confluire nel suo gruppo dopo le europee. E Francesco Rutelli che (tirandosi dietro un pezzo di anima ex Ppi) si oppone strenuamente. E Veltroni, accusano i diessini, che «sta a guardare», incoraggiando a parole la tessitura di Fassino ma nei fatti disinteressandosene. E come la pensino i veltroniani in materia lo dice chiaro Giorgio Tonini: «Il Pse rischia ormai di apparire un residuo novecentesco, di fronte alle novità americane. È il Partito democratico Usa che deve diventare il nostro vero riferimento».
Per questo, tra i leader del Pd, si inizia cautamente a prendere le distanze dall’obamite del segretario. D’Alema dice di «temere la soggettività e la personalizzazione della politica», e soprattutto «la ricerca dell'Obama italiano». Già, spiega, «è stato fatto per il Blair italiano e lo Zapatero italiano», ma «a questa ricerca solitamente seguono dei travestimenti che sono tristi manifestazioni». Ciò detto, l’ex ministro degli Esteri auspica «un forte ricambio generazionale» per i riformisti italiani, visto che in Usa ha vinto «un leader nato negli anni 60». Prima di lui, dunque, ma anche prima di Veltroni. Francesco Rutelli non ci gira attorno: «La vittoria di Obama è la vittoria del partito democratico americano, non quella del Pd: ha vinto lui, non noi», dunque si eviti di «cullarsi» con gli allori di Barack e si provi a fare quel che lui ha saputo fare: «strappare ben nove stati ai conservatori e recuperare gli astensionisti». Fassino gli fa eco: «Sono contento, ma so benissimo che ha vinto Obama e non noi». E Follini mette in guardia dall’«istinto di aggrapparsi ad Obama per dei paragoni con la politica italiana che lo sminuiscono».