Il Pdci a Cossutta: falce e martello non si toccano

Il fondatore del partito: «Il comunismo non c’è più, possiamo rinunciare al simbolo». Diliberto «irritato», base in rivolta: «Avrebbe fatto meglio a tacere»

Roberto Scafuri

da Roma

Non c’è più religione, e neppure più il papa. Quello rosso. Armando Cossutta, ritenuto - probabilmente a torto - il più fedele difensore dell’ortodossia comunista in Italia, getta la tonaca. Anzi, la falce e martello. «Siamo pronti a farne a meno...», dice. Un’idea rivoluzionaria al cubo, fatta scivolare in un’intervista al Corsera, come se nulla fosse, assieme al suo corollario incredibile, «il comunismo non c’è più...». Si sia trattato di un «refuso», come spera qualche compagno, o piuttosto ironia male intesa, resta ora il paradosso di un popolo in rivolta contro il capo-popolo, ormai giunto alle soglie degli ottant’anni.
Il partito sotto choc ieri ha affossato la proposta al congresso straordinario dell’Emilia Romagna proprio davanti allo sguardo impassibile del presidente Pdci. Mentre i giovani, smarriti ma ribelli, hanno fatto sapere a Cossutta che «una generazione sconfitta dalla storia non ha il diritto di impedirci di lavorare e lottare per la costruzione di un grande partito comunista...» (Luigi Perna, segretario provinciale di Napoli). Come si è potuti arrivare a tanto? Conviene partire dal principio, persino dalla storia di quell’intreccio tra simboli, lavoro contadino e lavoro operaio, le cui tracce si perdono nei tempi. L’unico racconto degno di fede pare essere quello di uno dei segretari di Lenin, Vladimir Bronc-Bruevic. Preso il potere nel ’17, la segreteria del Sovnarkom (il Consiglio dei commissari del popolo) ricevette il progetto di uno stemma per lo Stato sovietico eseguito ad acquarello dal pittore di una tipografia di Pietrogrado. Era uno stemma con falce e martello incrociati, circondati da spighe, e una spada sguainata nel bel mezzo. Fu presentato a Lenin, racconta Bronc-Bruevic, mentre conversava con i suoi collaboratori Sverdlòv e Dzerjinski. Tutti si misero a guardare l’acquarello. «Interessante - cominciò Lenin - ma perché la spada?». Attimi di panico, nessuno sapeva cosa dire. Fortunatamente il Gran capo riprese: «Noi non abbiamo bisogno di conquiste... La nostra è una guerra di difesa, la spada non è il nostro emblema... La spada va tolta», e con un vigoroso tratto di matita nera cancellò la spada. «Per il resto - decretò Lenin - lo stemma è buono». All’inizio del 1918 l’effigie dell’Urss fu definitivamente approvata. Nel ’19 venendo adottato in Italia dal Psi (sopra il Capitale di Marx) e nel ’21 dai comunisti scissionisti.
L’abbandono decretato da Cossutta ha cornici molto meno drammatiche - persino rispetto alla Bolognina di Occhetto -, che hanno finito per offendere ulteriormente il partito. Il cui simbolo è quello disegnato nel ’45 da Guttuso per il Pci. «Nessuno ha diritto di decretare la fine del comunismo a mezzo stampa», ha tuonato una consigliera del Lazio, Mariantonietta Grosso. «Irritato» il segretario Diliberto, che ha fatto sapere come l’uscita non fosse concordata e che presto ci sarà un «chiarimento» in una direzione straordinaria. Una valanga le reazioni inviperite di quadri e militanti: dal Piemonte alla Lombardia, al Sud, tutti uniti in un solo grido di dolore, riassunto dall’eurodeputato Marco Rizzo (che con il presidente vanta vecchie ruggini): «Rinunciando all’identità non si fanno passi avanti, Cossutta avrebbe fatto meglio a tacere».
Ciò che il balzo in avanti dell’Armando ha però finito per evidenziare è il grado di isolamento del presidente all’interno del Pdci. Una svolta a suo modo epocale. Con lui sono rimasti i figli e pochi intimi, tra i quali Gianfranco Pagliarulo e Alessio D’Amato. Dato che aiuta forse a spiegare il suo gesto, una specie di muoia Sansone con tutti i filistei maturato negli ultimi mesi di amarezza e solitudine. «È ossessionato dalla soglia del 2% alle elezioni», insinua Rizzo, diventato la «bestia nera» di Cossutta. Guerra generazionale che si intreccia con i meccanismi per salvare qualche posto in lista per i cossuttiani, che ora l’Armando spera di contrattare direttamente con Prodi, visto il tramonto della «bicicletta arcobaleno» con i Verdi. Ma se parte del Pdci guarda con interesse a Rifondazione, si può immaginare come Cossutta possa digerire il «ritorno a Bertinotti». Significativo perciò lo stile con il quale il Prc ha accolto lo «strappo». Qualcuno ha minimizzato, Bertinotti ha opposto un «no comment». Interpretando una parte ultra-unitaria nell’Unione, pronto a lanciare Prc come «sezione italiana di Sinistra europea», il leader ha alzato le spalle: «Noi la nostra falce e martello ce la teniamo ben stretta, quello che faranno gli altri è nelle loro mani...». Ma sono in molti a temere l’autostrangolamento.