Pdl compatto: stop al governo tecnico

Roma È il momento delle grandi scelte, dei telefoni bollenti e delle consultazioni continue. Un fine settimana in cui lo stato maggiore del Pdl è costretto a giocarsi il tutto per tutto e a definire la strategia in vista della nuova settimana di passione che attende la maggioranza, alla prima prova parlamentare: quella di martedì sul rendiconto dello Stato.
La linea ufficiale del partito di Via dell’Umiltà non è in discussione: «Non esiste un altro governo dopo Berlusconi, dopo c’è solo il voto». Un modo per frenare la possibile emorragia degli scontenti e far passare il messaggio che eventuali scelte ribaltonistiche porteranno dritto, dritto alla fine della legislatura. La missione dello stato maggiore del partito è dunque quella di tranquillizzare gli inquieti e smussare gli angoli del malcontento, in attesa che sia lo stesso Berlusconi a usare tutto il suo peso per riprendersi i deputati, contattandoli uno a uno. Un’impresa che il premier non reputa impossibile visto che i malpancisti sono quasi tutti forzisti della prima ora, nati e cresciuti politicamente con lui. «Serve pazienza e spirito obamiano» dice un esponente del Pdl, ricordando il pressing fatto dal presidente degli Stati Uniti sui parlamentari democratici in occasione del voto sulla riforma sanitaria. «I tempi non sono strettissimi visto che il verdetto senza prova d’appello sarà quello del 15 novembre con la fiducia al Senato».
Nessuno nasconde che la situazione è difficilissima e si balla su un terreno scivoloso. Ma ora è tempo di lavorare e verificare ogni opzione. Un concetto che Angelino Alfano ci tiene a ribadire con una dichiarazione dai toni soft. «Abbiamo esaminato la situazione politica e parlamentare, con particolare riferimento al voto di martedì sul rendiconto. Il presidente del Consiglio è impegnato, di intesa con i ministri competenti, nella elaborazione dei provvedimenti più urgenti derivanti dagli impegni di Cannes. Di conseguenza non si pone alcun problema di dimissioni ma piuttosto quello di una riflessione da fare nei prossimi giorni sulla condotta politica da scegliere per favorire il più vasto concorso di forze politiche e sociali. Il resto è solo pettegolezzo». Ignazio La Russa, a sua volta, invoca «coesione nazionale, con maggioranza e opposizione fedeli al proprio ruolo». Amedeo Laboccetta aggiunge un altro tassello, invitando gli incerti ad aprire gli occhi. «Le chiacchiere su governi istituzionali e alchimie del genere sono la trappola per carpire la buona fede di qualcuno. Il giorno dopo eventuali dimissioni di Berlusconi, la sinistra chiederebbe a gran voce il voto».
Naturalmente, in questa fase così confusa, il partito non si presenta come un monolite. Non tutti ritengono che il premier debba rischiare la sfiducia in Parlamento. Meglio sarebbe, sostengono alcuni, fermarsi un attimo prima e scegliere il proprio successore. In questo senso sarebbe stato evocato anche il passaggio di consegne avvenuto in Gran Bretagna tra Tony Blair e Gordon Brown. Chi si schiera decisamente contro l’ipotesi delle urne - sposando una tesi cara alla sinistra e facendo scattare le ire di alcuni dirigenti del Pdl - è Roberto Formigoni. «Non sono del partito delle elezioni anticipate, andarsele a cercare in un periodo così difficile sarebbe sbagliato. Berlusconi deve verificare i numeri, non arrivare in Parlamento facendosi bocciare decreti governativi. Questa maggioranza appare straordinariamente esile. In prospettiva non può andare avanti con 316 voti. Berlusconi potrebbe indicare una persona e mantenere questa maggioranza, anche se con un nuovo esecutivo difficilmente Casini direbbe di no».