Il Pdl: «Decidano i giudici quali processi rinviare» Ma la sinistra non ci sta

Sicurezza, il governo modifica la norma. Pd e Idv: è la prova che serviva solo al premier. L’Anm: «Vittoria»

da Roma

La sospensione automatica dei processi non c’è più, rimangono le priorità dei reati da perseguire con una corsia preferenziale e la possibilità per i capi degli uffici di bloccare, al massimo per un anno e mezzo, procedimenti che subirebbero lo sconto di pena di 3 anni dell’indulto e che riguardano comunque reati meno gravi.
Ieri mattina il governo ha presentato alla Camera due emendamenti al decreto sicurezza, che modificano la norma blocca-processi. La legge di conversione dovrebbe essere votata martedì, prima di tornare al Senato per la terza lettura ed ottenere il sì definitivo entro il 24 luglio. Ma le correzioni non bastano a Pd e Idv che chiedono il ritiro del provvedimento e preparano l’ostruzionismo, mentre l’Udc è favorevole al nuovo testo. Walter Veltroni annuncia che il suo partito è «orientato a votare no» e ha già presentato più di mille emendamenti. Altri 90 sono del gruppo di Antonio Di Pietro. Il Pdl pensa già alla fiducia: una scelta «obbligata», anche se non piace al ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito.
«Sarà il magistrato - spiega il ministro della Giustizia, Angelino Alfano - a decidere sull’eventuale sospensione di 18 mesi di quei processi ritenuti non urgenti per reati coperti, in tutto o in parte, da condono». Dovrà farlo, spiega il Guardasigilli, sia valutando il «grado di offensività» del reato stesso, esaminato nel caso specifico, sia l’interesse della persona offesa. Alle toghe viene dunque lasciato un ampio spazio discrezionale. «Così - aggiunge Alfano - anche i reati che saranno definiti “formalmente” non urgenti potranno essere trattati in virtù della valutazione che il magistrato avrà fatto sui casi concreti».
Si riduce così l’impatto sulla macchina giustizia della precedente norma, che secondo l’Anm avrebbe sospeso almeno 100mila processi. Viene data priorità ai processi che riguardano norme di igiene sul lavoro, circolazione stradale, immigrazione e delitti puniti con il carcere per almeno 4 anni. I magistrati potranno sospendere i processi ritenuti non urgenti che sarebbero coperti, in parte o per intero, da condono, insieme ai termini di prescrizione. Ogni ufficio dovrà stilare, alla luce della direttiva del governo, il proprio elenco e informarne Csm e ministero della Giustizia. L’efficacia attuativa della norma viene affidata alla «capacità di autodeterminazione della magistratura», dice Alfano.
Il Csm grida vittoria, l’Anm anche: «Avevamo ragione noi». L’associazione delle toghe parla di «netto miglioramento» e «scampato pericolo». Il numero due di Palazzo de’ Marescialli, Nicola Mancino, va oltre e chiede delle scuse. Sostiene che nel parere al Guardasigilli il Csm «aveva esattamente sostenuto quanto poi in sede parlamentare è stato proposto», ma si era attirato «polemiche aspre e attacchi velenosi». Adesso, dice, «qualcuno dovrà pure ammettere di avere esagerato».
Si scatena la bagarre. Per l’azzurro Fabrizio Cicchitto, Mancino «ha perso una buona occasione per tacere», perché le critiche non erano solo nel merito, ma soprattutto al fatto che, con il suo parere, il Csm «si poneva, violando la Costituzione, come una sorta di terza camera», interferendo con il potere legislativo. Anna Finocchiaro del Pd interviene in difesa di Mancino, respingendo «attacchi personali e maleducazione». Ma Maurizio Gasparri di An rincara la dose: definisce il vicepresidente del Csm una «figura modesta per un ruolo così delicato».
Insomma, il clima non si distende come il presidente del Senato, Renato Schifani, auspica. «Così come è stata riformulata - dice la presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno - questa norma non può essere in alcun modo ricondotta a Berlusconi. Spero che ora ci possa essere il sostegno dell’opposizione».
Non è così. Pd e Idv insistono che questa è la prova che tutto è stato fatto per i guai giudiziari del Cavaliere. I ministri ombra di Interno e Giustizia del Pd, Marco Minniti e Lanfranco Tenaglia, dicono: «C’è una limitazione dei danni rispetto al testo iniziale, ma non sono affatto risolti tutti i problemi». L’errore, per loro, è non aver ritirato gli emendamenti blocca-processi. Per di più, ora c’è una eccessiva «discrezionalità» per i presidenti dei tribunali.
È il punto che più preoccupa anche l’Unione delle Camere penali. Questo è il risultato della «linea politica devastante di Antonio Di Pietro», dice il presidente Oreste Dominioni. Così si consentono ai magistrati «scelte discrezionali, e cioè arbitrarie, di politica criminale».