Pdl escluso, giudici denunciati

(...) con l’esposto da presentare alla procura di Torino contro il magistrato savonese che presiede l’ufficio elettorale che ha rifiutato il Pdl. Roba forte, che ipotizza una strategia dolosa contro il centrodestra. Roba che viene giustificata in sette punti. Perché all’irregolarità formale, che nessuno nega, corrispondono molti aspetti che lasciano aperti forti dubbi sull’attività dello stesso ufficio.
Il tentativo anti-Lega
L’ufficio elettorale aveva ricusato anche la lista della Lega Nord sostenendo che non si leggeva chiaramente il nome dell’autenticatore. Il giorno dopo la Lega ha portato la copia del libretto di istruzioni che il Ministero dell’Interno aveva distribuito a tutti gli uffici d’Italia e che in teoria sarebbe dovuto essere ben conosciuto da chi giudica l’ammissibilità delle liste. Il caso della Lega corrispondeva perfettamente a quanto spiegato a pagina 150, ma l’ufficio di Savona non lo sapeva.
Ritardi sospetti
Alle 23 di sabato 9 maggio, dopo la presentazione dei candidato, tutti i componenti dell’ufficio elettorale hanno lasciato il tribunale, non prima di aver notificato ufficialmente ad alcune liste le contestazioni mosse. «I nostri rappresentanti erano lì - contestano i parlamentari Pdl - Ma a loro non è stato detto nulla. E solo la mattina successiva ci è stato consegnato l’atto, datato 9, cioè il giorno prima, facendo perdere tempo prezioso». Tanto che nell’interrogazione si chiede di sapere se nella notte qualcuno ha «lavorato».
Cambio di «giudici»
L’ufficio elettorale savonese ha anche misteriosamente cambiato la sua composizione. I membri che il 9 maggio avevano respinto la lista del Pdl non erano tutti gli stessi che, pochissimi giorni dopo, hanno poi discusso l’esame del ricorso. Perché il presidente ha cambiato in corso i suoi collaboratori? La domanda è rivolta sempre al ministro Maroni.
Gli atti negati
Dopo l’esclusione della lista, per presentare reclamo i rappresentanti del Pdl hanno formalmente chiesto gli atti e la consegna di copia della documentazione depositata anche dalle altre liste regolarmente ammesse. Ma è stato dato loro, e in forte ritardo, solo il materiale relativo alla propria lista. Nessun atto sugli altri partiti è stato consegnato dall’ufficio elettorale, che invece ha dato tutto in mano a Paolo Crecchi, giornalista del Secolo XIX, che ha potuto così cercare e contattare i cittadini che avevano sottoscritto la lista Pdl per verificare se lo avessero fatto davvero e con convinzione, in altre parole se ci fosse di mezzo pure la falsificazione delle firme. Lo stesso giornalista, ieri durante la conferenza stampa ha ribadito di non aver avuto problemi ad avere accesso all’elenco dei nomi. Quell’accesso che continua a essere negato ai rappresentanti del Pdl.
La Dc sbianchettata
Clamorosa la decisione dell’ufficio elettorale di non ammettere il simbolo della Democrazia Cristiana, lista che sostiene il candidato del centrodestra Angelo Vaccarezza. Ufficialmente perché lo scudocrociato del simbolo assomiglia troppo a quello dell’Udc. Con buona pace di una sentenza nazionale che ha ufficialmente riconosciuto al segretario Giuseppe Pizza la titolarità del logo e che consente la presentazione di quel simbolo in tutta Italia eccetto, evidentemente, a Savona. Soprattutto, con buona pace della consecutio temporum della politica, l’ufficio elettorale ha disposto che per ottenere l’ammissione fosse il più vecchio, storico simbolo tuttora in uso in Italia, quello della Dc appunto, a cambiare, a essere quasi dimezzato, per lasciare spazio a un partito nato quasi l’altro ieri. Mentre nessun rilievo è stato fatto al «cuorecrociato», che differisce dallo scudo solo per una leggerissima (impercettibile sulla scheda) curvatura, e che rappresenta una lista che appoggia il candidato del centrosinistra Michele Boffa.
I comunisti scomodi
Nel savonese è particolarmente forte, potendo anche contare sul suo fondatore e leader Marco Ferrando, il Partito Comunista dei Lavoratori. Che non sta con Michele Boffa e il centrosinistra, anzi rischia di portargli via molti voti. E il Pcl è stato escluso perché le firme non sarebbero state autenticate correttamente. Quelle firme sono state autenticate dagli ufficiali di stato civile dell’anagrafe del Comune di Savona. Da persone che per mestiere autenticano migliaia di firme l’anno.
L’inutile anticipo.
Le firme del Pdl sono state presentate il venerdì mattina, con 24 ore di anticipo sulla scadenza. Come da prassi sono state subito sommariamente verificate dall’ufficio elettorale, che ha anche chiesto qualche integrazione sull’identità di alcuni cittadini. Nessuno però ha fatto osservare, quando c’era ancora un giorno intero per rimediare, l’anomalia del timbro al posto della scritta a penna. Mentre ad altre liste, come normalmente e giustamente avviene sono stati chiesti correttivi.
I parlamentari Pdl, dal coordinatore regionale Michele Scandroglio al suo vice Eugenio Minasso, da Franco Orsi a Sandro Biasotti, da Luigi Grillo a Roberto Cassinelli, da Giorgio Bornacin a Enrico Musso, da Gabriele Boscetto alle assenti giustificate Fiamma Nirenstein e Gabriella Mondello, rilanciano l’ipotesi del grave danno procurato al Pdl. Comunque. Anche se ora aspettano fiduciosi Tar e Consiglio di Stato e si preparano a chiedere i danni a chi ha escluso la lista. Soprattutto chiedono un gesto nobile, di «solidarietà concreta» al candidato del Pd Michele Boffa, perché riconosca la necessità di «gareggiare ad armi pari». Il ministro Claudio Scajola, pur condannando le gravi conseguenze della decisione savonese che ha fatto tenere in considerazioni più gli aspetti formali che quelli sostanziali, ieri parlando con alcuni colleghi e amici ha voluto ribadire e criticare anche l’errore commesso dagli uomini del Pdl.