Pdl, l’assedio ai "Sette" per un seggio Ecco le teste di lista in tutte le circoscrizioni

Notte bianca tra pizze, ansia e gag. I responsabili delle liste barricati per il rush finale, i peones in chiesa per l’ultima raccomandazione. <strong><a href="/a.pic1?ID=247184">I vertici delle liste</a></strong>

Roma - «Ditemi voi... Ditemi voi come c... faccio a portare avanti una trattativa quando quella che dovrebbe essere la mia testa d’ariete è ridotta così!». Sono passate le quattro di mattina quando al quinto piano di via dell’Umiltà Carlo Giovanardi mostra al cosiddetto «tavolo dei sette» il display del suo cellulare che ha appena immortalato Emerenzio Barbieri, gomiti sul tavolo e testa pencolante tra le mani. L’ex deputato dell’Udc, infatti, se la dorme beatamente mentre gli altri continuano a discutere di posti in lista e candidature sicure. Sonno profondo, se neanche le urla divertite di Giovanardi e lo sghignazzare dei presenti riesce nell’impresa di ridestarlo.

L’ultima giornata di trattative nella sala riunioni di Marcello Dell’Utri - adibita ormai da due settimane a centrale operativa per mettere a punto le liste elettorali - si apre così. E va avanti tra discussioni, vere e proprie liti e indimenticabili processioni alla ricerca di un seggio sicuro. Non solo a via dell’Umiltà, ma pure nella chiesa che sta lì a pochi passi. Sono le nove di mattina, infatti, quando Raffaele Fitto - richiamato al partito una mezz’ora prima, mentre era già in fila al check in di Fiumicino - si attarda davanti all’ingresso a parlottare con due parlamentari della Dc per le Autonomie, Mauro Cutrufo e Giampiero Catone. E finita la chiacchierata i due imboccano i battenti di Santa Maria dell’Umiltà, probabilmente per qualche raccomandazione particolare. La stessa, seppure un gradino più in basso, in cui spera Massimo Nardi, anche lui deputato della DcA, pizzicato nella sua auto parcheggiata sotto la sede di Forza Italia all’alba di domenica. Ma c’è pure chi si affida al telefono, bersagliando i cellulari dei coordinatori regionali azzurri. Che, non a caso, salvo qualche rara eccezione squillano a vuoto per due giorni. Gran da fare pure per le segretarie di via dell’Umiltà, visto che da venerdì mattina il cosiddetto «tavolo dei sette» (Sandro Bondi, Fabrizio Cicchitto, Denis Verdini, Renato Schifani, Elio Vito, Claudio Scajola e Mariastella Gelmini) decide sostanzialmente di tagliare i ponti con l’esterno, al punto da chiedere che non gli vengano più portate neanche le agenzie di stampa che di ora in ora raccolgono indiscrezioni sulle candidature. E anche la pausa pranzo al ristorante Al Moro, pochi passi da via dell’Umiltà, viene sostituita da ben più frugali pizze a domicilio. Tanto che le pile di cartoni arrivano a raggiungere altezze preoccupanti, come pure il numero di lattine di Fanta e Lemonsoda. Così, c’è chi al telefono preferisce il fax. Dalla Calabria, il consigliere regionale di Forza Italia Gesuele Villasi ne manda a via dell’Umiltà circa trecento: «Non candidate Nino Foti».

Insomma, quella delle liste è una vera e propria maratona, iniziata i primi giorni di marzo e finita solo domenica nel tardo pomeriggio, con i posaceneri ricolmi di mozziconi e i protagonisti ormai scravattati e in maniche di camicia. L’unico a non perdere il suo proverbiale aplomb è Verdini. Che, racconta chi c’era, «pure alla cinque di mattina non aveva né un capello fuori posto né una piega sulla camicia».

Nonostante le tante discussioni con Guido Crosetto, che non ci sta a vedersi catapultare in Piemonte un numero eccessivo di esterni. Il coordinatore azzurro ha pure due leggeri malori e passa il sabato e la domenica entrando e uscendo dalla stanza dove è riunito il «tavolo dei sette» che negli ultimi giorni si va sfilacciando (la Gelmini torna a Milano a occuparsi delle beghe della Lombardia, mentre Scajola è alle prese con quelle liguri). Fitto cerca di fare da mediatore e alla fine si trova la quadra. Anche se Crosetto non nasconde le perplessità: «Capisco e condivido l’amarezza di molti che, con maggiori o minori meriti, ambivano a una candidatura in Parlamento». Alla fine, però, «le scelte del coordinatore regionale sono state limitate, escludendo gli uscenti che lo meritavano e gli esterni che si dovevano accettare». Lo scontro più duro, però, resta quello tra Marcello Pera e Verdini. Le urla, racconta chi era tre piani più in basso, «si sono sentite fin qui».