«Il Pdl pensi bene, imbarcare l’Udc può essere un autogol»

Gentile Dott. Lussana, concordo con lei nell’aver lanciato per tempo il dibattito sulle alleanze per le future elezioni locali, ma l’idea di aggregare anche l’Udc non mi convince per niente. Lei fa riferimento al percorso di avvicinamento tra Berlusconi e la Lega del 1999. Ma il paragone non è proponibile per le differenze di fondo tra Lega e Udc. Il partito di Bossi ha fatto marcia indietro sulla secessione e sugli attacchi a Berlusconi con scuse pubbliche di Bossi dopo anni di contrasti; tuttavia la Lega è rimasta sempre un partito riformista a cominciare da federalismo, ordine pubblico e piccole imprese. L’Udc ha messo i bastoni tra le ruote a Berlusconi tra il 2001 e il 2006 nel modo più ignobile, ci ha fatto piangere lacrime di sangue e regalato due anni da incubo con il faccione giulivo di Romano Prodi e «Dracula» Visco. Insomma: un inferno. E per la semplice ragione che il partito postdemocristiano è in bilico tra vecchio e nuovo. Non è attrezzato per fronteggiare le sfide della globalizzazione. Tanto è vero che insiste negli aiuti alle famiglie, cosa in sé giusta, ma spende poche parole sulla modernizzazione delle imprese, rilancio dell’economia e soprattutto è indifferente al lavoro di defiscalizzazione iniziato dal nuovo governo che, ovviamente, non ne imbrocca una perché al governo non ci sono loro. La cosa non sorprende: Follini ha sabotato in ogni modo le riforme fiscali di Berlusconi. Lei mi dirà che ci sono anche persone affidabili. Sono d’accordo, a cominciare da Giovanardi e ad alcuni esponenti dell’Udc liguri. Benissimo: collaboriamo con loro, facciamoli entrare in coalizione e lasciamo che mettano a disposizione del Popolo delle Libertà il loro talento. Ma non imbarchiamo a scatola chiusa tutto un partito da cui attendiamo ancora le scuse (figuriamoci!) per tutti i disastri che hanno combinato. Equivarrebbe a mettere una bomba a orologeria davanti all’uscio di casa. Immaginiamo il governatore Biasotti, che mi auguro torni ad esserlo al più presto, se varassero anche il federalismo fiscale, costretto a contrattare con questi signori anche l’uso delle nuove risorse locali, senza mai riuscire ad accontentare i loro perenni bizantinismi dialettici e relative acrobazie politiche, che la maggioranza degli italiani, non a caso, ha rinunciato a comprendere da tempo.