Il Pdl si risveglia frastornato per la staffetta Galan-Lega

nostro inviato a Venezia

A palazzo Ferro Fini, sul Canal Grande, è giorno di discussione sul bilancio, ma in consiglio regionale si parla di un unico argomento, tutto diverso: il siluramento di Giancarlo Galan, la mancata ricandidatura alla regione. Anzi, il «tradimento» a favore della Lega, come lo stesso governatore veneto ha sibilato a caldo l’altra sera. Ieri galaniani imbufaliti e leghisti allineati e coperti. Dalle parti del Doge decaduto la rabbia non sbollisce, mentre il Carroccio gongola in silenzio. Anche perché, adesso, la partita più difficile si gioca in casa padana.
La mancata riconferma era nell’aria ma la nota del governatore è stata una bomba. «Peggio di un tradimento», «un errore», «un modo di fare politica che non condivido»: toni amari, rabbiosi, al limite della rottura. Uno spettro che Galan nei mesi scorsi aveva agitato più volte, una minaccia poi rinfoderata quando Silvio Berlusconi lo rassicurava. Ora la domanda che tutti si fanno è se Galan, uno degli uomini più vicini al premier, ex Publitalia e tra i fondatori di Forza Italia, taglierà davvero i ponti e resterà in campo con una sua lista magari sostenuta dall’Udc.
Ieri il governatore non ha ritrattato lo sfogo di mercoledì sera, limitandosi a precisare che «quanto deciderò sul mio futuro sarà annunciato al termine del periodo di riflessione che mi sono riservato. Una decina di giorni». Poi è volato a Roma a parlare con i vertici del Pdl. Questa mattina a Padova il Pdl veneto guidato dal sottosegretario Alberto Giorgetti, ex An, prenderà atto della scelta leghista. Nessuna intenzione di alzare barricate.
Anche il livore di Galan sembra destinato a rientrare. Difficile credere a una clamorosa spaccatura con il Pdl, anche se le sirene adulatrici non mancano. «L’Udc sarebbe disposto ad appoggiare una sua ricandidatura» (parole di Antonio De Poli, segretario regionale e portavoce nazionale) e il Pd veneto fa sapere che «non mancheremo di valutare» l’eventuale scissione nel centrodestra. Ma in casa Galan il clima non è quello delle grandi battaglie. Lo si capisce dal sito pvdl.it (Pvdl sta per Partito veneto delle libertà) animato dal consigliere regionale Dario Bond, che nei mesi scorsi raccolse le firme pro-governatore. Le «news» sono ferme al 21 ottobre. Sul blog un solo messaggio nuovo, per annunciare la nascita del gruppo su Facebook: «A Roma hanno deciso: il Veneto alla Lega... ma noi non glielo daremo!» che in poche ore ha superato i 400 iscritti. Il sito propone anche un sondaggio: il 78 per cento non voterà mai un leghista, ma i votanti sono 258 in due mesi. Piccole cifre. L’impressione è quella di una protesta avvilita ma destinata a rientrare nei ranghi.
Non sarà comunque una passeggiata per il candidato leghista, chiunque egli sia. Il centrodestra veneto un po’ disorientato lo è. Una fetta dell’elettorato moderato potrebbe non votare automaticamente un leghista, solo perché è il candidato della coalizione. «Berlusconi ha venduto il Veneto», commenta il trevigiano Dino De Poli, presidente della Fondazione Cassamarca Spa, protagonista della vita economica non solo regionale e a suo tempo «grande elettore» di Giancarlo Gentilini. «La Lega, alla prima esperienza del genere, è istintivamente per le cose piccole ed è contraria ai grandi temi, è priva di retroterra culturale e di storia, se si esclude la conoscenza di storie minori». Sul nome del candidato, De Poli spezza una lancia per Luca Zaia, concittadino: «Creerebbe meno problemi di Tosi il quale, essendo sindaco di una città molto importante, risponde a un territorio preciso».
La scelta di Galan non è l’unica partita aperta. Intanto il candidato: chi tra Zaia e Tosi? Umberto Bossi ha fatto sapere che «il nome sarà designato dal consiglio nazionale», dove la componente di Treviso prevale su quella di Verona. Ma il Senatùr non vuole perdere il ministero dell’Agricoltura: se resterà alla Lega, Zaia passerà in regione, altrimenti via libera al sindaco di Verona.
E poi c’è la candidatura a sindaco di Venezia. E la campagna elettorale regionale, dove Pdl e Lega correranno per lo stesso candidato ma con liste separate. «La cifra delle regionali in Veneto sarà quella della concorrenza - dice il ministro Maurizio Sacconi, anch’egli di Treviso -. Una legittima competizione». Ma il Carroccio mostra già i muscoli: ieri il Viminale ha rimosso il prefetto di Venezia, nominato appena quattro mesi fa. A Maroni, sensibilizzato dalla presidente della provincia Francesca Zaccariotto (anche lei leghista), non è piaciuto il trasferimento di un campo nomadi.