Il Pdl si stringe intorno al leader: "Non sei solo, orgogliosi di seguirti"

Il premier telefona e dà l'investitura a Letizia Moratti. La Santanchè: "Mare increspato, ma non lasceremo la barca"

Milano - Letizia Moratti è appena andata via quando arriva al telefono l’investitura di Silvio Berlusconi per la seconda corsa a sindaco di Milano. Non che ci fossero dubbi, ma l’attesa era diventata un tormentone. Il premier mette fine alle danze: «So che siete lì riuniti e state pensando a come preparaci alle prossime elezioni a Milano, a sostegno della nostra Letizia a cui vanno tutti i nostri in bocca al lupo». Applausi in platea, aria di normalità in un clima da stato assedio.

Al Teatro Nuovo di piazza san Babila i militanti del Popolo della libertà ascoltano la voce di Silvio Berlusconi, guardano la sfilata di politici, ministri e sottosegretari lombardi che si danno il turno sul palco. Un corteo di solidarietà al governo. I ministri si sentono vittime di una manovra di accerchiamento che mira a mandarli a casa, fanno quadrato intorno a Palazzo Chigi. Parla Michela Vittoria Brambilla: «Rifioriscono nella palude romana giochi di palazzo. È legittimo cambiare opinione e casacca ma non sovvertire il voto popolare». Accenna al nome di Gianfranco Fini e l’aria si riempie di buuuh.
Mariastella Gelmini taglia corto: «L’unica persona che può guidare il Paese è Silvio Berlusconi». Definisce «ribaltoni» ogni tentativo di maggioranze alternative: «O si sta da una parte o dall’altra. Non ci sono terze strade. Il patto con gli italiani va onorato fino in fondo. Mentre il palazzo congiura contro Berlusconi, noi andiamo avanti con le riforme che né i Grillo né i Vendola né i Bersani possono fare». Roberto Formigoni sfodera l’orgoglio Pdl: «Siamo contenti di essere tutti insieme, contenti del presidente Berlusconi. Siamo il primo e più forte partito dell’Italia».

Le pareti del Teatro Nuovo sono tappezzate di manifesti con barconi di extracomunitari che cavalcano le onde. Lo slogan recita: «I finiani insieme alla sinistra: contro la lotta ai clandestini. Vogliono farli tornare». Una battagliera Daniela Santanchè chiosa dal palco: «I clandestini, caro Fini, prenditeli a casa tua, tanto a te le case costano poco». Riccardo De Corato, ex An, arringa la platea: «Fini non ha il diritto di vendere i nostri voti e portare i clandestini a Milano». La lingua batte dove il dente duole.

«Non esiste in nessuna parte del mondo che possano governare quelli che hanno perso le elezioni» dichiara Ignazio La Russa, coordinatore del Pdl. Contesta il Fli sulla famiglia («massimo rispetto per gli omosessuali, ma il matrimonio è un’altra cosa»), annuncia un appello: «Ci siamo sentiti lasciati dopo essere stati portati. Fermatevi sull’orlo del baratro, ne va delle sorti del Paese». Il sottosegretario Mario Mantovani progetta norme anti-ribaltone, «una legge contro i parlamentari che cambiano percorso e non mantengono gli impegni con gli elettori». Spara contro il nuovo centro di Casini, Fini, Rutelli: «Gente che non ha mai lavorato nemmeno un’ora».

Pdl malato? Il sottosegretario Daniela Santanchè assicura che l’unica malattia è «l’eccesso di successo, alla faccia di chi vede morti noi e Silvio Berlusconi». Semmai «malati» sono Rutelli, Casini e Fini «che vogliono mettersi insieme per un polo che non può esistere». Promette fedeltà al premier: «Il mare è increspato, qualcuno vorrebbe scendere dalla barca, ma noi no». Il sottosegretario Laura Ravetto teorizza l’«orgoglio della coerenza» a differenza di «quelli che ci hanno lasciati per ottenere cose personali».

Quando tocca al ministro Paolo Romani, parte un piccolo show: «Avevo preparato un discorso, ma poi ho letto i giornali e mi sono girate... Ma secondo voi Berlusconi è solo? E noi chi siamo? E voi chi siete? Vogliono dividerci, ma noi siamo con te, Silvio. Tieni duro, andiamo avanti».