Pdl, sprint per lo statuto E nuovi alleati già bussano alla porta

An frena: «Con noi solo i fondatori». Ma Verdini, coordinatore di Fi: «I partiti nascono per crescere e allargare i propri confini»

da Roma

«Passaggi preliminari». Per mettere a punto le norme fondamentali dello statuto. E definire le prossime scadenze del Pdl. La «ciccia» è tutta qui. Forse non è tanta, ma nessuno, da un incontro «informale», si attendeva in realtà fuochi d’artificio. E così, riuniti nella residenza romana di Denis Verdini, coordinatore di Forza Italia, i cinque componenti del comitato ristretto avviano il confronto su regole e metodi futuri. Un primo passo, un vertice «preparatorio», spiega Gianfranco Rotondi, leader Dca e «garante» dei piccoli partiti, in vista del nuovo round in calendario il 9 settembre, «quando verrà redatto il testo base provvisorio dello statuto».
Intanto, Verdini, Rotondi e Ignazio La Russa, reggente di An, insieme al deputato azzurro Niccolò Ghedini e al senatore Antonino Caruso, esponente di via della Scrofa, si siedono attorno a un tavolo. «Da amici», tiene a precisare il ministro per l’Attuazione del programma. Già, un incontro «costruttivo», inquadra Verdini. In perfetta linea con le parole di La Russa, pronto a smentire contatti telefonici con Silvio Berlusconi: «Non ce n’era bisogno, ne avevamo già parlato a luglio».
Insomma, sulla carta, tutto liscio. Ma sarà proprio così? Tra due-tre mesi la risposta. Nell’attesa, qualche nodo da sciogliere rimane. A cominciare dai rapporti di forza tra Fi e An. Certo, lo schema 70-30 o 75-25, relativo alle rispettive percentuali di delegati, dovrà essere tarato sulle esigenze del territorio, e quindi anche delle formazioni politiche minori. Ma in quest’ottica si lega l’eventuale allargamento. In primo luogo a Daniela Santanchè, pronta a confluire, nonostante i dubbi di Francesco Storace, segretario della Destra. E, in seconda battuta, all’Udc, per un ritorno «suggestivo» ma al momento difficile.
Forza Italia in realtà non esclude alcuna ipotesi. E se i contatti tra Santanchè e Berlusconi sono personali, diretti, la questione è ben diversa per i centristi. «Mai dire mai», ripete con cautela Pier Ferdinando Casini, al quale Rotondi (qualcuno assicura su mandato del premier, per tastare il terreno) chiede pubblicamente di rientrare nella casa madre del centrodestra. Ma a chiudere le porte ad entrambi i soggetti ci pensa An. Per La Russa, infatti, non c’è spazio per chi non è stato tra i fondatori del Pdl.
Insomma, il nodo «allargamento» esiste. «In politica, il suggestivo motto di Renzo Arbore, ovvero “meno siamo, meglio stiamo”, non può funzionare», spiega non a caso Verdini, convinto che «i partiti nascono per crescere e per allargare i propri confini», in un «ragionamento di prospettiva, che il più grande partito italiano ha il dovere di fare».
«Credo sia necessario distinguere», aggiunge il coordinatore Fi, «tra la fase in cui il Pdl è nato e quella di consolidamento che si è aperta dopo la larga vittoria elettorale». Nella prima «è stato necessario operare scelte drastiche», sottolinea Verdini, «rinunciando a compromessi dell’ultima ora con l’Udc e con la Destra», ma adesso, «se qualcuno pensasse che il Pdl così com’è possa restare il sole intorno a cui tutto eternamente ruota, farebbe un grave errore strategico».
In definitiva, «se un partito non si rinnova, rischia di diventare una palude», rimarca il deputato, convinto che «un confronto su basi chiare con l’Udc può essere utile, in prospettiva, per allargare il bacino di consenso del Pdl». Anche perché, «abbiamo una casa comune, il Ppe, e sono sicuramente di più le cose che ci uniscono rispetto a quelle che ci dividono». Sul caso Santanchè, inoltre, Verdini chiede ad An di «guardare avanti», lasciando alle spalle «vecchi rancori», visto che «sarebbe miope fermarsi ad osservare il dito per non guardare la luna».
A dividere, però, c’è pure la questione reggenza (An vorrebbe un comitato e non un coordinatore unico). «Berlusconi è l’anima del nuovo partito, nonché il garante di tutti, e credo sia interesse di tutti muoversi in un’ottica innovativa, al di fuori dai vecchi schemi - sottolinea Verdini -. Il premier ha in mente un partito radicato sul territorio, ma al tempo stesso snello nei suoi organi dirigenti». Quindi, il Cavaliere vuole un «partito all’americana, che non contempla né correnti né fazioni», un «partito del leader, come avviene in tutte le grandi democrazie. E non credo sia interessato a reggenze collettive fatte col bilancino». «Ma una soluzione» con gli alleati, assicura, «la troveremo».