Il Pdl torna all’attacco: "Quella del leader Fli è una grave anomalia"

Il ministro Bondi: "Grave il voltafaccia sulla giustizia e la commistione tra il suo ruolo istituzionale e politico". Cicchitto: "Finiani, Vendola, Pd, Idv e Casini? E' soltanto una grottesca sommatoria di posizioni inconciliabili"

Roma - Una «grave anomalia», il doppio profilo di Gianfranco Fini, con la mano destra rappresentante superpartes delle istituzioni e con la sinistra capo di un partito nuovo di zecca e costituito nel suo nome.

Dopo le ultime esternazioni politiche del presidente della Camera, il Pdl torna all’attacco del leader di Futuro e Libertà. È il ministro Sandro Bondi a dare il là alla nuova offensiva, denunciando la «anomala» commistione, «che passa generalmente sotto silenzio per l’insopprimibile opportunismo della sinistra», tra la «delicata funzione istituzionale di presidente di un ramo del Parlamento» e quella di «esponente di un neo-partito che vuole cambiare le priorità della maggioranza».
Nel Pdl è stato considerato un «voltafaccia» quello di Fini sul lodo Alfano, con l’improvviso veto del presidente della Camera alla sua reiterabilità. Un voltafaccia tanto più «opportunistico» perché i rappresentanti di Fli, nella commissione del Senato, avevano votato serenamente insieme alla maggioranza gli emendamenti del Pd volti a impedire di usare lo scudo più volte.

Un comportamento talmente «platealmente incoerente», dicono i berlusconiani, da sembrare del tutto «strumentale». Fini, insomma, avrebbe approfittato della brusca sortita del Quirinale (che peraltro, confidano i finiani, neanche da quelle parti ci si aspettava) per «rifarsi una verginità» anti-Lodo e arginare le polemiche che il voto positivo di Fli allo scudo gli aveva attirato dal fronte anti-berlusconiano. Ma ancor più grave viene considerato, in casa Pdl, il fatto che Fini abbia pronunciato la sua invettiva contro le «leggi ad personam» proprio in casa del nemico, seduto al fianco di Massimo D’Alema. E oltretutto aprendo uno spiraglio al sogno dalemiano di una Grande Alleanza di Salvezza Nazionale anti-Cavaliere, e affermando che inaugurare una «fase nuova» con cambio di maggioranza «non sarebbe un colpo di stato».

Il capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, spara a zero contro «la grottesca sommatoria di posizioni inconciliabili», da Fini a Vendola passando per il Pd e per Casini, con una spruzzata di Montezemolo, che sta alla base dello scenario dalemiano, ieri benedetto da Eugenio Scalfari su Repubblica. Ai piani alti del Pdl si guarda con un certo scetticismo alle ipotesi di governi tecnici sorretti da maggioranze che taglino fuori Berlusconi e Bossi, e non solo per la ritrosia del Colle a autorizzare operazioni del genere: «Se Fini avallasse un’operazione così platealmente trasformista, alleandosi apertamente con la sinistra, perderebbe ogni appeal per l’elettorato di centrodestra, e questo lo sa anche lui». In casa finiana indirettamente confermano: «Gianfranco sa che non può giocare più di tanto con il fuoco della sinistra, perché rischia di scottarsi».

Ma di certo il presidente della Camera si lascia corteggiare dalla rete degli interessi anti-Cavaliere; coltiva buoni rapporti con Pd e Casini ma anche con editori potenti, e interessati alla politica italiana, come James Murdoch (presidente di Sky Italia) e Carlo De Benedetti, con il quale si racconta di nuovi abboccamenti riservati, che avrebbero rinsaldato la reciproca stima. E, secondo le malelingue del Pdl, Fini sarebbe anche assai allettato da futuribili scenari che gli verrebbero proposti dai suoi interlocutori in partibus infidelium, e che lo vedrebbero - una volta consegnata la testa del Cavaliere - in pole position per la successione a Giorgio Napolitano sul Colle, con un voto largamente bipartisan del nuovo Parlamento, liberato dal giogo berlusconiano. Scenari lontani e magari fantapolitici, ma non per questo esclusi dai conciliaboli politici di chi lavora al dopo-Berlusconi.