Il Pdl in Tribunale incita Silvio: «Resistere, resistere, resistere»

Milano Il maestoso scalone immortalato da mille tg non aveva mai visto nulla di simile. Bandiere, striscioni, perfino qualche slogan che sa di profanazione al cospetto del sancta sanctorum di Mani pulite. I fan del Cavaliere urlano verso le grandi finestre del Palazzo di giustizia: «Toga rossa non lo dimenticare, non puoi sovvertire il voto popolare». E ancora: «Boccassini dicci come mai contro i delinquenti non intervieni mai», mentre un uomo sandwich porta a spasso un cartello su cui è scritto: «Si faccia giustizia nel palazzo di ingiustizia». È mezzogiorno e il sole riscalda i presenti raccolti vicino ad un gazebo targato Pdl. Intorno, le macchine e i tram di sempre. Non è un’adunata oceanica: qualche centinaio di persone. Ma il monopolio dei girotondini è rotto.
Un tizio grosso come un armadio chiede convinto: «Ma poi ci fanno entrare?». Chissà, forse vorrebbe esporre le sue ragioni al procuratore Edmondo Bruti Liberati o direttamente alla Boccassini. Intanto, una coppia inedita, formata dai sottosegretari Daniela Santanchè e Mario Mantovani, è partita con le arringhe. Prima lei, battagliera come sempre: «Vi do una notizia, questo processo finirà in niente, non ci sono vittime dato che quelle presunte smentiscono di esserlo e non c’è concussione perché non c’è un concusso; questo è il palazzo dell’ingiustizia». Applausi. La Santanchè è già oltre: «Berlusconi è una vittima dell’ingiustizia e di una vera e propria persecuzione giudiziaria, quanti processi ha subito che sono finiti in niente? E chi pagherà quando sarà assolto?».
Qualche passante contesta e grida: «Vergogna»; si accendono piccole scaramucce, battibecchi, ma è poca cosa. Ai piedi della mitica scalinata ora c’è un gruppetto sparuto guidato da Piero Ricca, quello che diede del buffone al Cavaliere. Ricca e gli altri alzano cartelli eloquenti: «Basta impunità, «Berlusconi rispetta la costituzione», «Fatti processare». Volano gli insulti ma è coreografia. I berlusconiani rispondono esibendo uno striscione che fa il verso a Borrelli: «Silvio resistere, resistere, resistere». Il sottosegretario più televisivo del governo Berlusconi azzanna l’inchiesta e non dimentica nemmeno Nicole Minetti, il consigliere regionale nella bufera del bunga bunga: «Quando tutti dicono che in politica devono esserci più giovani, più donne, che la politica non dev’essere una casta, non mi stupisco della Minetti, ma di altre cose di questo paese». E le donne che scenderanno in piazza domani? «Sono strumento dei maschi di sinistra - replica la Santanchè - mi fanno pena perché si rimangiano la loro storia».
Mantovani, il sottosegretario con delega al piano casa, gioca sul paradosso: «Siamo tutti concussi e concussori. Io sono sottosegretario e sindaco. E credo di aver concusso le autorità e le istituzioni più volte, se queste sono le modalità con cui si procede per individuare il reato. Perché - aggiunge Mantovani - a chi di noi non è mai capitato di telefonare al prefetto, al questore, al sindaco o a un’altra persona per il ricongiungimento familiare di un minore, per un disabile, per il tema di una famiglia in difficoltà? Chiunque di noi, se questa è la linea, credo abbia esercitato il reato di concussione».
Per qualche istante il presidio si trasforma in manifestazione e il popolo che ha cantato ritualmente «Meno male che Silvio c’è» sfodera gli artigli manco fosse una piazza di sinistra e blocca la strada. Attimi, poi tutto rientra nella normalità. Fra strette di mano e abbracci. I più commossi per Alberto Torregiani, il figlio dell’orefice ucciso dai Pac di Cesare Battisti, che gira da una parte all’altra sulla sua sedia a rotelle. Un’ora o poco più. Poi tutti a casa. Per rivedersi anche oggi al Dal Verme. Con gli antipuritani di Giuliano Ferrara.