Peccioli, cinquemila anime ricche grazie alla monnezza

Un giorno i sacchetti dell’immondizia si trasformarono in asilo, un centro anziani spuntò dai rifiuti, una seccatura divenne un affare, e un paese sulla spazzatura fondò la sua ricchezza.
Non si trovano bacchette magiche sotto la terra di Peccioli, nè zucche o fattucchiere. C’era una volta una discarica. Favola che è storia recentissima, quella di un paesino di 5mila anime rinato dai suoi stessi rifiuti.
Mentre in Campania commissari, sindaci e presidenti affondavano la regione negli scarti e la rendevano schiava del pattume, in provincia di Pisa Peccioli sbocciava dalla sua immondizia. Questo paese collinare dal passato medievale, ville e uliveti affacciati sulla valle dell’Era, tra Pisa e Volterra, con la sua spazzatura non solo ha abbassato Ici e tassa rifiuti, ma ha dato servizi ai cittadini e li ha arricchiti con utili «cash».
In che modo? Con la grande avventura dell’azionariato diffuso: nella società che gestisce l’affaire immondizia a Peccioli rientrano praticamente tutte le famiglie del paese (850 azionisti su 5mila abitanti). Gli utili sono nell’ordine del 10% sugli investimenti, più di 500 euro l’anno di media.
Utili che crescono, con sperimentazioni che continuano, come l’ultima, che prevede il progetto pilota di un impianto di «dissociazione molecolare». E l’immondizia in società si sta espandendo anche al campo delle rinnovabili, con il progetto «Un ettaro di cielo»: al posto di comperarsi azioni di grosse società, o investire in borsa, o ancora fare incetta di titoli di stato, i paesani negli ultimi mesi stanno acquistando sotto casa spicchi di pannello fotovoltaico. Il preventivo di entrate per quest’anno si aggira intorno ai 500mila euro. La formula è quella del prestito obbligazionario, l’iniziativa si chiama «impianto fotovoltaico popolare».
In più con l’oro dell’immondizia il comune ha dato servizi e si è permesso anche di comperare una collezione di icone russe religiose per una mostra legata a una fondazione, creata sempre grazie al business della spazzatura. Perché «Peccioli è un paese piuttosto cattolico», racconta chi ci vive. Un paese vero: questa storia è cronaca, anche se un po’ favola.
Il miracolo dell’immondizia ha inizio nel 1988. Allora a Peccioli era emergenza ambientale. Altro che Chiaiano: il paesino doveva sostenere i rifiuti di sei paesi della zona. L’allora sindaco Renzo Macelloni, ex Pci, poi uscito dai Ds con una lista civica, riconfermato fino al riconfermabile e ora presidente del consorzio progetto Peccioli, sfidò il capoluogo: ci prendiamo anche l’immondizia di Firenze. Il sito della discarica venne bonificato, in pochi anni fu creato un sistema di produzione di biogas dal percolato sufficiente a sostenere un impianto di cogenerazione per la produzione di energia elettrica. L’energia fu venduta all’Enel e in parte servì per portare l’acqua calda alla minuscola frazione di Legoli.
Con la trasformazione della spazzatura in energia la ruota a Peccioli iniziò a girare dalla parte della fortuna. Fino al ’97 la catena di interventi legati alla discarica fu gestita dal Comune, poi divenne un investimento di tutto il paese: nel 2000 partì il primo azionariato diffuso con l’ingresso di 380 piccoli azionisti, saliti recentemente a 850, quasi tutti cittadini di Peccioli. Gli azionisti dell’immondizia detengono il 44,064% della società Belvedere per un investimento di 4 milioni 800mila euro.
Il rimanente va al Comune, che dal ’90 oggi con i soldi della spazzatura ha costruito: un parcheggio, un centro per l’infanzia, un centro anziani, la rotonda all’ingresso del paese, un centro polivalente, una fondazione che ha fatto investimenti, come detto, nell’arte, una pista ciclabile. E ha abbassato le tasse, Ici e Tarsu su tutte. Il Comune ha creato anche una srl che ha fatto investimenti nel settore immobiliare per un valore che in un quinquennio potrebbe raggiungere i 28 milioni di euro.
L’ultima sfida è un progetto pilota per un impianto a dissociazione molecolare di tecnologia finlandese che si propone come «soluzione innovativa per la trasformazione dei rifiuti delle nostre città». C’era una volta una discarica.