A Pechino anche la moto fa «boom»

nostro inviato a Pechino

Come cambia il mondo e, soprattutto, come è cambiata la Cina insieme alle sue innumerevoli contraddizioni. Prendiamo le due ruote a motore: fino a qualche tempo fa erano considerate sinonimo di povertà, nonché un mezzo generatore di caos nelle megalopoli dello sterminato Paese. Oggi, nel momento in cui la Cina ha conquistato il palmares di primo mercato automobilistico del pianeta, la visione è cambiata, anche se sono rimasti non pochi paletti (a Pechino, per esempio, le moto possono circolare solamente al di fuori della seconda circonvallazione). Ma una volta che la nuova immagine della moto sarà digerita dalla maggior parte delle Province cinesi, il mercato farà veramente boom. Non che ora le cose vadano male, anzi: nel 2010 le vendite totali di mezzi a due ruote funzionanti a motore ha superato la strabiliante (per noi) quota di 25 milioni unità (+6,2% rispetto al 2009). Il giro d’affari riferito allo scorso anno ammonta a 15,5 miliardi di dollari e la domanda di questi mezzi è vista in crescita (a 26,9 milioni di unità nel 2014). Questo dato fa sì che il mercato cinese sia, in assoluto, il più grande del mondo e abbia superato di gran lunga quello indiano.
Doverosa una precisazione: la cappa di smog che ingrigisce costantemente il cielo delle megalopoli cinesi, anche se attenuata rispetto al passato grazie allo spostamento verso l’esterno delle fabbriche, impone l’utilizzo di mezzi sempre più virtuosi. Ecco allora esplodere il mercato delle biciclette elettriche, considerate scooter a tutti gli effetti. Nel 2009 ne sono state vendute 22 milioni. In strada, allo stato attuale, ne circolano 120 milioni e il volume d’affari risalente a due anni fa e di oltre 11 miliardi di dollari. «Il mercato cinese cresce? Bene, noi vogliamo crescere con loro», afferma Corrado Capelli, presidente di Confindustria Ancma, l’Associazione italiana dei costruttori di motoveicoli e accessori, che ha tenuto a battesimo, insieme al sottosegretario alla Motorizzazione, Jiang Yaoping, all’ambasciatore Attilio Massimo Iannucci e ad Antonino Laspina (Ice), la seconda edizione di Eicma-China. Nel nuovo complesso fieristico di Pechino, a due passi dallo stadio olimpico, l’Italia ha svolto il ruolo di protagonista. La versione asiatica di Eicma, il Salone mondiale della moto in programma a Milano, è frutto della joint venture tra Ancma, Genertec e Camera di commercio cinese per le due ruote. L’evento ha animato lo scorso fine settimana e la delegazione italiana ha dominato la scena. Presenti, tra gli altri, gli stand di Piaggio, Aprilia, Ducati, Mv Agusta, Garelli, MomoDesign, Max, Givi, Italspares e Gianetti Ruote. Nutrita la partecipazione dei costruttori locali, anche con proposte stravaganti e i soliti «adattamenti» di realizzazioni occidentali (numerose e interessanti le due ruote elettriche come pure i side-car). Ancora alla finestra, invece, diverse case europee, al contrario delle giapponesi Yamaha e Suzuki che hanno presentato a Pechino il meglio della rispettiva offerta. «Sono tre le parole chiave per interpretare questa manifestazione - spiega il direttore generale di Confindustria Ancma, Pier Francesco Caliari -: promozione, innovazione e tutela. La nostra attenzione è rivolta a supportare le aziende italiane e internazionali, affinché trovino una facilitazione nelle vetrina e nelle opportunità che può generare il mercato cinese. Ma Eicma-China intende soprattutto essere uno strumento che valorizzi e protegga i marchi del nostro Paese».
«Vero è - conclude Capelli - che rimane il problema dei dazi (in media il 35%) che penalizza le esportazioni italiane in Cina, ma non quelle da Pechino all’Europa. La Ue deve darsi da fare per trovare una soluzione. O si tutela produzione interna delle nostre aziende o, altrimenti, queste sono costrette a delocalizzare».