Pechino apre la caccia on line al tibetano

Diffuse in rete le immagini di 18 attivisti filmati durante le proteste: trattati come pericolosi terroristi. Continuano gli arresti di oppositori del regime mentre arrivano nuove forze di
polizia

La grande caccia è iniziata e 21 mostri sono già nella Rete. Hanno volti di ragazzi, facce sgranate, sguardi rubati all'inquadratura di telecamere ed obbiettivi nascosti. Li hanno tirati fuori fotogramma dopo fotogramma, ingranditi al limite estremo, sbattuti su internet. Ora sono prede alla mercè dei delatori e della paura. Due han già desistito e si son consegnati ai cacciatori di Pechino. Un terzo è stato catturato la notte di mercoledì. Gli altri 18 tentano l'impossibile balletto della latitanza in un Tibet trasformato in un immenso bivacco di truppe. Sono i capipopolo, i militanti indipendentisti in prima fila nelle manifestazioni, quelli che una settimana fa hanno provocato l'ira del «grande padrone» mettendo a ferro e fuoco la capitale del Tibet. Chiunque individui in quella lista di «super ricercati» un volto noto, una persona conosciuta o incontrata per caso, deve chiamare il numero dell'Ufficio di Pubblica Sicurezza di Lhasa riportato a fianco delle foto.
Il primo dei 21 «mostri» ha il braccio alzato in segno di sfida, la frangetta sulla fronte, un giubbotto di foggia occidentale. La didascalia messa su internet lo identifica soltanto come «sospetto numero uno». Quello numero 18 è molto più aggressivo. Tiene in mano qualcosa che somiglia ad una katana giapponese, ma forse è soltanto un'asta o un tubo di plastica dura, avanza con passo deciso sembra pronto a colpire e a far male. Il numero due ha i baffi ed una faccia nota, forse è il capofila di tutti i ricercati. Compare già nei filmati distribuiti per dimostrare la violenza dei cosiddetti «provocatori» tibetani dove lo si vede colpire un cinese con un lungo coltello. Il sospetto numero 21 potrebbe essere ovunque. Ha un capellaccio a tese larghe, guarda qualcosa in distanza, ma non si agita, non grida, non manifesta. Poco importa. Esser ritratti in quelle foto equivale ad una condanna assicurata. Per molto meno oltre mille persone sono già in galera, vengono interrogate, forse torturate come affermano, dall'India, le fonti del governo in esilio.
Ed è solo l'inizio, la prima stretta di una morsa che non sembra allentarsi. Le poche testimonianze in grado di superare la cortina di silenzio scesa su Lhasa e sul Tibet descrivono un dispiegamento militare senza precedenti, un Tibet trasformato in presidio armato. L'obbiettivo primario non è tanto l'arresto dei ricercati quanto il tentativo di prevenire ulteriori disordini e di riaffermare il totale controllo in vista dell'imminente passaggio della fiaccola olimpica. L'ordine a tutti i costi rischia però di rivelarsi un'arma a doppio taglio. Se da una parte Pechino deve assolutamente evitare nuovi disordini per impedire la fuga degli sponsor e garantirsi il miliardo e trecento milioni di dollari indispensabile allo svolgimento dei Giochi, dall'altra deve riuscire a non turbare la sensibilità occidentale eccedendo con il pugno di ferro.
Ad agitare i sentimenti anti cinesi ha contribuito ieri il presidente del Congresso Nancy Pelosi, ospite ieri del Dalai Lama a Dharmsala. Contraddicendo apertamente il presidente George W. Bush che garantisce la personale partecipazione alla cerimonia d'apertura delle Olimpiadi, l'esponente dell'opposizione democratica statunitense ha parole durissime per la politica cinese. «La situazione in Tibet è una sfida alla coscienza del mondo - dichiara la Pelosi dopo l'incontro con il Dalai Lama -, non parlare dell'oppressione in Cina e nel Tibet equivale a rinunciare all'autorità morale per affrontare il tema dei diritti umani nel resto del mondo».