Pechino avverte Washington: «Attenti a come vi muovete»

La crisi tra Washington e Pechino è seria. Di più: potenzialmente devastante. Per tutti. Lo spettro è quello di un dollaro in caduta libera e di una Cina in profonda depressione, che aggraverebbe la crisi dell'economia mondiale. Ecco perché gli sviluppi sono seguiti con molta attenzione.
Ieri è stata Pechino a prendere l'iniziativa, per la seconda volta in poco più di 24 ore. Il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi ha chiamato al telefono il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, e l'ha invitata a gestire con cautela «le differenze» e le tematiche «delicate che potrebbero danneggiare le relazioni tra i due Paesi». Come dire: attenta ai passi falsi. Non dell'ex first lady, a onore del vero, ma del segretario al Tesoro Timothy Geithner che giovedì, durante le audizioni alla Commissione finanze del Senato, aveva accusato Pechino di «manipolare le quotazioni dello yuan per ottenere scorrettamente vantaggi commerciali», aprendo di fatto l'iter che, in base a una legge del 1988, permetterebbe al governo americano di imporre sanzioni ovvero barriere tariffarie.
Il problema è noto. Da tempo Washington preme per ottenere una liberalizzazione delle quotazioni, ma mai si era spinta fino a questo punto. Da qui la risposta della Cina che venerdì ha respinto le «insinuazioni» e che ieri ha ribadito il messaggio nel colloquio telefonico tra i due capi della diplomazia. Il ministro ha sottolineato che i rapporti tra Cina e Usa «costituiscono una delle più importanti relazioni bilaterali del mondo» e aggiunto che il suo governo «è pronto a collaborare in una prospettiva strategica di lungo termine». Dunque se Washington fa un passo indietro, Pechino è pronta a dimenticare l'incidente.
Ma a che cosa mira davvero Obama, che fino a oggi non ha rettificato le dichiarazioni del suo ministro? I fattori di attrito sono diversi, ma uno in particolare: quello del debito americano. La Cina è da qualche anno il primo sottoscrittore al mondo di Buoni del tesoro Usa, ma una decina di giorni fa ha annunciato che intende ridurre il proprio impegno e usare una parte delle risorse per rilanciare l'economia interna. L'America, però, non può permetterlo; anzi, visto che il suo deficit pubblico quest'anno triplicherà, vorrebbe che Pechino aumentasse gli acquisti di Treasury. L'affondo di Geithner ha l'aria di un monito ai cinesi: se Pechino non si ricrede, Washington si vendicherà alzando le barriere doganali; dunque rendendo impervio l'accesso a un mercato che rappresenta il principale sbocco ai beni made in China. Da qui lo scenario, angosciante, di un dollaro in caduta libera e di una Cina economicamente esangue. Non conviene a nessuno e pertanto dovrebbe indurre entrambi alla ragionevolezza. L'incognita è rappresentata da Obama, che non ha esperienze di governo. È affiancato da collaboratori esperti, ma nessuno conosce il suo metodo di lavoro, né le sue qualità di leadership. È in grado di gestire con saggezza rapporti delicati e cruciali come questi?