Pechino dà ragione alla Ferrero: stop ai cloni

Dopo tre anni la Corte suprema condanna i produttori di "Trésor Dorè". Giovanni Ferrero: "E' una base importante per i futuri rapporti commerciali tra i nostri Paesi". La Bonino: "Una sentenza destinata a fare scuola"

Questa volta la più aggressiva potenza commerciale del mondo non ha potuto fare «orecchie da mercante»: nemmeno i giudici della Corte suprema di Pechino hanno trovato scappatoie burocratiche che permettessero di continuare a spacciare quei cioccolatini come un prodotto originale. I togati cinesi hanno dovuto quindi ammettere che i «Trésor Dorè» erano spudoratamente uguali ai celebri Ferrero Rocher. Stesso aspetto, stessa consistenza, stessa carta dorata a ricoprire la pralina al cioccolato. Solo il sapore differiva; e di molto.
Per anni la Ferrero, una delle aziende più importanti del sistema Italia (per quantità di export e valore del brand commerciale) ha subito i danni derivanti dal fatto che per il mondo circolasse un cioccolatino uguale nell’aspetto ma infinitamente peggiore a livello del palato; ma una volta tanto l’Italia ce l’ha fatta, riuscendo a imporsi sullo scenario internazionale e difendendo la genuinità delle sue produzioni alimentari: dopo una battaglia legale durata ben tre anni, la Ferrero ha vinto ieri la sua causa per concorrenza sleale contro la Montresor, nome dal gusto svizzero-francese per una multinazionale dell’industria dolciaria cinese al cento per cento.

Da oggi le praline «Trésor Dorè» spariranno dal mercato. Lo ha stabilito la Corte suprema di Pechino, che con la sentenza di ieri ha segnato un successo per il «made in Italy» che la Ferrero non ha esitato a definire «una vittoria importante per tutta l’industria italiana». La decisione della massima corte di giustizia cinese ha confermato la sentenza di appello di due anni fa del tribunale di Tianjin, che già imponeva alla Montresor di ritirare il prodotto dal mercato. I giudici di Pechino hanno stabilito che la Montresor non potrà neanche più usare la confezione attuale (anche questa spudoratamente identica a quella italiana) e che dovrà pagare alla Ferrero un risarcimento simbolico di 500mila remimbi, pari a circa 50mila euro.

Accordo unanime in Italia che il valore della sentenza di ieri travalica l’ambito strettamente commerciale, invadendo l’area delle relazioni internazionali tra il nostro Paese e il gigante asiatico. Testimonianza dell’attenzione politico-diplomatica data al contenzioso la telefonata che, subito dopo la lettura della sentenza, l’amministratore delegato dell’azienda Giovanni Ferrero ha fatto all’ambasciatore d’Italia in Cina, Riccardo Sessa, per ringraziarlo del sostegno fornito nelle fasi processuali della vicenda, assicurandogli anche che la Ferrero si accinge ad espandere la propria presenza in Cina.

Il vicepresidente dell’azienda Francesco Paolo Fulci ha aggiunto che la sentenza di condanna della Trésor rappresenta «un’importante dimostrazione della volontà della Cina di rispettare la proprietà intellettuale, oltre ad essere una base sulla quale si possono espandere le relazioni tra i nostri Paesi». «Una sentenza destinata a fare scuola - ha commentato il ministro per il Commercio internazionale e le Politiche europee Emma Bonino -. Siamo riusciti ad ottenere una sentenza che è importante per tutta l’industria italiana».