Pechino, Giochi a rischio per chi tifa Dalai Lama

I cinesi agli atleti: niente esibizioni politiche o religiose. Il Coni porta Dalla e Morandi. Rossi o Rosolino alfiere

nostro inviato a Sorrento

Dite Dalai Lama ed anche il sorriso preconfezionato del signor Zhao (tradotto con un perfetto Ciao) Huimin prenderà una brutta piega. E riaprirà la piaga. Zhao è il direttore del dipartimento delle relazioni internazionali del comitato organizzatore cinese e ieri, accompagnato da una ventina di persone, si è accomodato davanti all’assemblea dei comitati olimpici europei (circa 300 persone, non proprio dieci amici al bar) arruolati per un bel fine settimana a Sorrento, davanti a mare, sole e paesaggi d’incanto. Il Coni, inteso nei suoi uomini di comando, è stato ottimo padrone e regista del seminario che voleva invitare i cinesi a rispondere su tutto quanto sarà Olimpiade.
Fatica quasi inutile, neppure il caldo sole e il luccicante mare hanno fatto sgelare gli ospiti. Domande e risposte sembravano palline di ping pong respinte da una parte all’altra della rete. Accompagnate da un pedante ritornello. «Vi faremo sapere». Ecco, mancano 75 giorni all’apertura dei Giochi e i padroni di casa continuano a impregnare l’aria di mistero. Salvo non si tratti di questioni a loro particolarmente care. Per esempio: quando un delegato greco ed uno bulgaro (nessuno dei due a caso) hanno chiesto illuminazione sull’introduzione di medicinali, i cinesi hanno risposto con un laconico: nessun problema, basta presentare la lista. Che al resto pensa l’antidoping.
L’onolevole signor Zhao non ha avuto sussulti nello spiegare ai giornalisti la lotta all’aria maleodorante di Pechino: «Useremo targhe alterne, proveremo nuove tecnologie». Non si è impantanato nel parlare di quattrini. «A parte impiantistica e infrastrutture, abbiamo preventivato 200 milioni di euro per spese che comprendono biglietti, cibo, attori delle cerimonie di apertura e chiusura. E abbiamo aggiunto altri 3 milioni di dollari». Ha dribblato il problema turisti: «È facile avere i visti». Ma dopo le manifestazioni pro Tibet, tutto si è fatto più difficile. Ha garantito nessuna limitazione per i siti internet. Promesse e vaghezza. Finché non è comparsa la parolina magica: Dalai Lama. Possibile portarsi in valigia, tenere sul comodino, un libro che ne parli, vestire «T shirt» di protesta? La risposta è stata secca è precisa: «Non è concesso nulla». «Con la sua azione, il Dalai Lama ha diviso la Cina», ha spiegato Zhao senza più sorriso. «Qui non parliamo di una personalità religiosa, ma politica». Ed ha soggiunto: «Qualunque religione è accettata, ma solo ad uso privato, non pubblico». Dunque guai a chi si porta Bibbia o Corano sotto braccio, guai a chi sventoli croci e crocefissi. Non sarà vietato portarsi dietro il prete. L’Italia avrà don Mario Lusek, direttore nazionale dell’ufficio tempo libero e sport della Cei, un tipo alla Rosolino: occhi azzurri, capelli biondi, cognome da est europeo.
Ma i divieti rischiano di scatenare qualche protesta. E il Cio ha chiesto autorizzazione preventiva per ottenere una sorta di zona franca a Pechino dove il mondo olimpico possa manifestare, senza rischiare. Intanto il delegato austriaco si è informato sullo stato delle galere. Agli atleti verrà distribuito un decalogo che consigli e chiarisca ciò che è lecito e ciò che è rischioso. Non saranno ammesse spiritosaggini sul podio e altrove. A cominciare dalla cerimonia d’apertura nella quale le nazioni sfileranno nell’ordine dell’alfabeto cinese. L’Italia sarà tra le ultime: in Cina la I diventa Y. Fra due settimane Petrucci annuncerà il portabandiera. Se la giocano Max Rosolino e Antonio Rossi, plurimedagliato della canoa. Ma casa Italia si porterà a Pechino anche Gianni Morandi, Lucio Dalla (che ha composto l’inno azzurro), Alexia, Amedeo Minghi: scorteranno i nostri atleti a suon di musica.