Pechino risponde alla strage: 18 arresti e controlli a tappeto

Il governo: "Stroncata una cellula di terroristi stranieri". Rafforzata la sicurezza: 100mila uomini nella capitale

Pechino - Dicono che nella sede dei servizi di sicurezza interni, le luci di molti uffici siano rimaste accese fino all'alba. Dicono anche che il massimo responsabile della sicurezza interna, il potente Zhou Yong Kang, uno dei 9 membri del Comitato permanente del partito, si sia recato di persona nella sede dei servizi e abbia fatto un liscia e busso senza precedenti agli alti ufficiali che avevano garantito la massima tranquillità in vista dei Giochi. Dicono anche che a Kashgar, nello Xinjiang, dove l'altro ieri sono stati uccisi in un attentato alla bomba sedici poliziotti, si vedano ormai più agenti per le strade che piccioni in piazza. Ma nessuno dei si dice di cui sopra ha potuto essere verificato. Chi ci ha provato ha rimediato schiaffoni, intimidazioni, e qualche ora di fermo.

Un fotoreporter dell'Afp si è visto piombare gli agenti nella sua camera d'albergo ed è stato costretto a cancellare tutte le foto del servizio che aveva realizzato a Kashgar. Analoga sorte hanno avuto due reporter giapponesi - un fotografo del quotidiano regionale Chunichi e un cronista della Nippon Tv - presi a sberle e trattenuti per circa due ore.

Ne è nato un increscioso quarto d'ora diplomatico con Tokyo che rischiava di farsi sgradevole, ma è stato soffocato sul nascere dalle scuse ufficiali porte al governo giapponese, e ai malcapitati cronisti, ai quali è stato spiegato che le busse nascevano dal fatto che avevano compiuto riprese in luoghi in cui era vietato alla stampa attardarsi.
La verità è che le notizie, qui, le dà il governo. Non c'è neppure bisogno di andarsele a cercare. Questo è il messaggio neanche tanto subliminale che arriva dalle pittoresche ma un po' recalcitranti contrade turcofone e musulmane d'occidente. Nel caso poi dovessero davvero interessare qualcuno, le notizie dicono che tutto va bene benissimo. Come sempre.

Anzi, meglio che mai. Per darne conferma, il segretario del partito comunista di Kashgar, Shi Dagang, ha comunicato che in seguito all'attentato sono state arrestate diciotto persone. Quando, come, in che circostanze, quali siano le accuse mosse al gruppo, non è dato sapere. Neppure è dato sapere se vi sia un collegamento effettivo con la strage dell'altro ieri o se i 18 - tutti addestrati all’estero - facciano parte di una rete logistica con collegamenti in Afghanistan, come si vocifera; o se siano «soldati» sbandati di Al Qaida venuti a prestare i loro servigi dopo il rompete le righe provocato dalla sconfitta della Spectre musulmana comandata da Osama Bin Laden a Kabul.

La polizia cinese ha anche detto che i due autori dell’attentato di ieri a Kashgar, nell’ovest del Paese, erano in possesso di documenti che inneggiavano alla guerra santa. Insomma, la tensione resta alta. Aggiungeteci l'imminente arrivo del presidente americano Bush, la cui presenza a Pechino convoglierà ancor di più l'attenzione del mondo intero, e dite se il palcoscenico che si va allestendo non sia perfetto per una replica in grande stile del terrorismo islamico. Sun Weide, portavoce del Bocog, il comitato olimpico cinese, non ci crede.

E dice che «l'imponente sistema di sicurezza è pronto a far fronte a qualsiasi minaccia». Sun Weide fa il suo mestiere, ci mancherebbe. Ma queste ore di vigilia ricordano da vicino la straordinaria tensione e le mai viste prima contromisure di sicurezza allestite in Grecia nella passata edizione dei Giochi. È la stessa paura, lo stesso incubo di Monaco 1972, che ritorna. Lì, ad Atene, valeva la considerazione che l'attentato alle Torri Gemelle, e la successiva guerra in Afghanistan erano troppo recenti perché si potesse far finta di niente. Qui, le tensioni sono tutte interne alla Cina.

Ma l'incubo che un gruppo di estremisti porti sul gran teatro delle Olimpiadi la voglia di riscatto degli uiguri, piuttosto che la voglia d'indipendenza dei tibetani, resta sospeso sulla capitale. Quel che è certo è che qui non sarà facile, per un eventuale manipolo di terroristi, farla franca. Perché qui non ci sono solo le decine di migliaia fra agenti e soldati che controllano la città. Non ci sono solo i volontari e i pensionati seduti all'ombra, agli incroci, con la loro fascia rossa al braccio. Qui saranno tutti i pechinesi, orgogliosi per l'ora solenne che sta per scoccare nei cieli della loro patria, a fare la guardia contro i cattivi.