Pechino scarica Hillary «Da Washington non accettiamo lezioni»

Per gli Stati Uniti sono violazioni dei diritti e della dignità umana, per il regime di Pechino fastidiose interferenze nella sua politica interna. Il linguaggio è lo stesso di sempre, lo stesso usato da ogni regime per difendersi da chi lo accusa di spegnere dissenso e opposizione ricorrendo a politiche poliziesche e liberticide. Neppure in quella consueta e studiata difesa d’ufficio Pechino riesce, però, a celare la sostanziale indifferenza con cui guarda alla vita e alla dignità dei propri sudditi-cittadini sia che si tratti di reprimerne le proteste, sia che si tratti di nasconderne le disgrazie in occasione di calamità, epidemie o disastri di stato.
Per capirlo basta scorrere i dispacci con cui l’agenzia governativa Nuova Cina replica alle accuse sulle violazioni dei diritti umani contenute nel rapporto pubblicato mercoledì dal Dipartimento di Stato americano. «Quel rapporto – protesta il dispaccio - non presta sufficiente attenzione ai risultati conseguiti dalla Cina nel campo dei diritti umani e ampiamente riconosciuti da tutta la comunità internazionale». Peccato che con la parola “diritti umani” i cinesi non intendano dignità, rispetto delle persona umana e le più elementari regole dell’ “habeas corpus” e della libertà individuale, ma più banalmente i miglioramenti del sistema economico e delle condizioni di vita. Le denunce di un rapporto che cita eliminazioni extra processuali, torture, confessioni coatte e lavori forzati vengono insomma liquidate come bazzecole rispetto al mondo migliore costruito dal nuovo sistema capital comunista. In quel mondo da Grande Fratello in nome di un miglior tenore di vita si può, anzi si deve, rinunciare ai più basilari diritti politici, alla libertà d’informazione e a quella religiosa. Stando al senso di quei dispacci d’agenzia dettati dal partito, le retate di dissidenti tibetani, la repressione con cui alla vigilia delle Olimpiadi si è garantita la cancellazione di ogni manifestazione di dissenso, il trasferimento nei campi di lavoro degli oppositori politici sono semplici inconvenienti, rughe della storia su cui chiudere uno o meglio due occhi. «Quel rapporto - scrive la Nuova Cina - ignora e distorce deliberatamente i fatti lanciando un attacco senza quartiere sulla questione dei diritti umani e sollevando irresponsabili quanto casuali attacchi sul sistema etnico religioso e legale della Cina».
La dura e immediata replica di Pechino sembra un primo colpo al pragmatismo del segretario di stato Hillary Clinton reduce da un viaggio a Pechino nel corso del quale aveva volentieri dimenticato le violazioni cinesi dei diritti umani per privilegiare gli interessi finanziari e gli scambi commerciali. Quell’imbarazzante rapporto lasciatole in eredità dai funzionari di Condoleezza Rice, si trasforma insomma in una bomba ad orologeria capace di incrinare il pragmatismo di un’amministrazione pronta, pur di far fronte alla crisi economica, anche ad archiviare la difesa dei diritti umani, punto cardine, in passato, di tutte le presidenze democratiche.