Pechino sfida il Papa e nomina un nuovo vescovo

Al cardinale Zen il premio «defensor fidei»: «Oggi la Chiesa cinese è più unita»

Andrea Tornielli

da Roma

Nuova sfida del governo di Pechino alla Santa sede. Dopo le ordinazioni di due vescovi senza il permesso della Santa sede, avvenute alla fine di aprile e all’inizio di maggio, le autorità cinesi hanno insediato ieri un nuovo vescovo consacrato senza il mandato papale: si tratta di Zhan Silu, conosciuto anche come Vincent Silu, 40 anni, che ha preso possesso dell’importante diocesi di Mindong, nella provincia costiera del Fujan. Monsignore Silu era stato ordinato vescovo nel 2000 senza il consenso del pontefice, ma non era mai stato insediato. La diocesi di Mindong vi sono circa 70mila cattolici, il novanta per cento dei quali appartenenti alla cosiddetta Chiesa «clandestina», cioè non riconosciuta ufficialmente dal governo e per questo costretta a celebrare le sue funzioni di nascosto.
Anche se molti continuano a non rendersene conto, la Chiesa in Cina è una sola, non ne esistono due: la stragrande maggioranza dei vescovi della comunità «ufficiale», controllata dall’Associazione della Chiesa patriottica cinese (a sua volta controllata dal governo) in questi anni ha infatti segretamente chiesto e ottenuto il riconoscimento di Roma. Negli ultimi tempi c’erano stati segnali incoraggianti ed erano stati designati diversi vescovi con il tacito consenso della Santa sede. Nell’aprile scorso, invece, ecco un nuovo e per certi versi inaspettato «schiaffo» del governo cinese: la nomina di due nuovi vescovi per altrettante sedi da molti anni vacanti. Benedetto XVI, come si ricorderà, si era detto «profondamente addolorato» e la Santa sede aveva definito «una grave violazione della libertà di religione» quelle ordinazioni, ricordando le sanzioni canoniche previste, vale a dire la scomunica «latae sententiae» (automatica). In realtà, nello stesso comunicato vaticano, si spiegava che sia gli ordinati sia coloro che li hanno consacrati potevano essere stati costretti a farlo e dunque veniva lasciata aperta la possibilità al fatto che non fossero incorsi nella scomunica.
Dopo quelle due ordinazioni, da qualcuno considerate una risposta «a freddo» del governo di Pechino contro la Santa sede per la creazione cardinalizia del vescovo di Hong Kong Joseph Zen, si era verificato un altro episodio di segno contrario: nei giorni scorsi, infatti, era stato designato un nuovo vescovo cinese, questa volta in accordo con la Santa sede. La maggior parte dell’episcopato, del clero e dei fedeli vivono con grande disagio questa contrapposizione con Roma e le forzature dell’autorità politica esercitate attraverso l’Associazione della Chiesa patriottica. Cina e Vaticano non hanno relazioni diplomatiche dal 1951, quando il nunzio apostolico venne espulso e si rifugiò a Taiwan. Secondo Jean Paul Weist, autore di tre libri sui cattolici cinesi, gran parte della responsabilità sarebbe da attribuire a Liu Bainian, il settantenne prete mancato (i suoi studi in seminario furono bruscamente interrotti dalla Rivoluzione Culturale, negli anni Settanta) che dirige l’Associazione patriottica. Padre Jeroom Heyndrickx, un prete belga che visita spesso la Cina, sostiene invece che Liu, il vescovo insediato ieri, «non ha il potere sufficiente» per decidere da solo, cioè senza il via libera dei massimi livelli del Partito comunista. Liu Bainian è anche un avversario personale del cardinale Zen, il cui impegno diretto nel movimento democratico di Hong Kong viene usato dalle autorità cinesi per affermare che la Chiesa vuole instaurare in Cina un «effetto Polonia», come quello che si ebbe dopo l’elezione di Giovanni Paolo II nella sua patria d’origine. Proprio al cardinale Zen, sabato 27 maggio, nel corso di una cerimonia alla Cascina La Lodovica di Oreno di Vimercate, sarà assegnato dalla rivista cattolica Il timone il premio «defensor fidei». «La fede è stata difesa dai nostri martiri - ha detto Zen accettando il premio -. Oggi la Chiesa cinese è più unita e più fedele al Papa. Sono intervenuto duramente contro Pechino solo quando hanno cercato di screditare Giovanni Paolo II e minacciato la libertà religiosa a Hong Kong».