A Pechino lo smog protagonista dei Giochi

nostro inviato a Pechino
Le donne della maratona olimpica pranzeranno alle 3 di notte; i maschietti mezz’ora dopo. Perché alle fanciulle tocca iniziare la loro enorme fatica alle 7 e mezza; agli uomini alle 8 del mattino. La risposta alla levataccia dei nostri eroi non è quella che ci si aspetterebbe, ovvero che simili orari sono stati decisi per volere del dio televisivo che tutto ordina e sposta e governa nelle manifestazioni worldwide come le olimpiadi. No, stavolta telecamere e dirette non c’entrano, la colpa è di un dio meno piacevole che non entra nei nostri salotti ma nei nostri polmoni. Lo smog.
Perché Pechino è una megalopoli avvolta in una nebbia fatta di emissioni carboniche e mille altre schifezze gassose figlie di 18 milioni di abitanti, del carbone che brucia e, soprattutto, di tre milioni di automobili. Il Cio, per bocca del suo presidente, Jacques Rogge, fin dall’assegnazione dei Giochi ha posto l’accento sul problema inquinamento. E qualcosa è stato realizzato. Troppo poco, però. «Stiamo facendo il possibile per migliorare la qualità dell’aria – spiega Li Xin, membro dell’ufficio municipale di Pechino per la protezione dell’ambiente –. Un pool di esperti cinesi e stranieri sta studiando il problema. Si tratta di un impegno senza precedenti per Pechino, visto che il comune ha approvato un investimento di 3,2 milioni di dollari». Francamente, un po’ pochino.
Il dipartimento ambientale di Pechino sembra evasivo. Forse perché si è reso conto che neppure gli interventi più radicali effettuati negli ultimi anni, come le vistose opere di decentramento industriale, come le campagne di rottamazione dell’esercito di auto stravecchie, hanno arginato il problema. E dire che le autorità del grande dragone avrebbero potuto dare un bel calcio all’inquinamento, nel senso di ridurne l’impatto almeno sui Giochi, semplicemente organizzando i Giochi in un mese meno caldo dell’asfissiante agosto con l’ozono a carte quarantotto. Bastava settembre. Non se n’è fatto niente per un motivo che al solo pensarci fa inquinare di rabbia: la scaramanzia. Nella vetrina mondiale a cinque cerchi, i cinesi si giocano molto: le autorità non hanno voluto rinunciare a quella combinazione fatidica: 8-8-2008. Il giorno d’inizio dei Giochi. Perché il magico numero significa fertilità e dunque fortuna e, se ripetuto, significa ancor di più. Fatto sta, ora i comitati olimpici corrono ai ripari. La scelta dell’alba, per far disputare la maratona, se non altro viene incontro ai possibili problemi respiratori degli atleti. Non solo. «Contrariamente alla consuetudine – spiegano al Coni – dovremo cambiare il cosiddetto “ambientamento” (il periodo che gli atleti, nelle trasferte extra europee, trascorrono vicino ma non troppo ai siti olimpici, prima del via alla manifestazione, ndr)». Nel 2008, invece, gli azzurri dovranno farlo proprio a Pechino (la sede individuata è il campus universitario); «se non altro, questo gli permetterà di adattarsi meglio a delle condizioni estreme». Nelle precedenti olimpiadi extra europee, infatti, come a Sydney nel 2000 o ad Atlanta nel 1996, l’ambientamento venne organizzato a Brisbane nel primo caso e in Nord Carolina nel secondo. La questione sta particolarmente a cuore al segretario generale del Coni, Raffaele Pagnozzi, e sarà al centro dell’attenzione nei prossimi giorni, quando arriveranno qui a Pechino lo stesso Pagnozzi e tutti i commissari tecnici azzurri. Un sopralluogo fatto un anno prima rispetto al calendario d’avvicinamento ai Giochi. In simili condizioni, meglio lavorare d’anticipo. E che la situazione sia estrema lo dimostrano le raccomandazioni dei medici pechinesi. Ai manager delle multinazionali straniere sconsigliano infatti di mettersi a fare il proverbiale jogging per le vie della megalopoli, «è come fumare un intero pacchetto di sigarette al giorno», dicono.
Per cui, niente da fare. In un modo o nell’altro, ci si dovrà mettere il cuore in pace e respirare per due settimane questa nebbia artificiale. Dovranno farlo il nostro Baldini e gli altri atleti, dovranno farlo gli spettatori. E che a nessuno venga in mente di dire o pensare «ma quanto è bello e fortunato l’otto, otto, duemila e otto».