Pechino vuol dare la terra ai contadini

da Pechino

Per la prima volta dopo trent’anni, il Partito comunista cinese torna a parlare di terra e contadini. Da ieri fino a domenica si tiene il plenum dei 204 membri del comitato centrale del Pcc per discutere di riforma agraria. Ma se nel 1978 la rivoluzione era stata concedere ai 750 milioni di contadini la possibilità di suddividersi in piccoli appezzamenti le terre fino a quel momento divise in comuni, nel 2008 si rende necessario dare agli agricoltori - a cui non è mai stata concessa la proprietà delle terre, ma solo un affitto trentennale - il diritto di affittare o trasferire i loro appezzamenti ad altri individui o compagnie, arrivando così alla creazione di aziende agricole più grandi. Di questo dovrebbe discutere il comitato, benché i media cinesi siano abbastanza vaghi sull’argomento.
È realmente un passo verso la privatizzazione agricola? In Cina lo Stato è l’unico proprietario delle terre dal 1949 e la parola privatizzazione stride ancora troppo alle orecchie dei leader per pensare che ciò possa avvenire in un solo colpo. Ma prolungare il «titolo di proprietà» da 30 a 70 anni e dare la possibilità di cedere l’affitto a terzi è un primo passo in questa direzione, caldeggiata anche dagli economisti cinesi. Di fatto ora molti contadini che emigrano nelle grandi città in cerca di lavoro cedono la terra a terzi, ma in via del tutto informale.
L’attuale sistema agricolo provoca scarsa sicurezza dei prodotti alimentari e numerose rivolte sociali (86mila solo nel 2005, scrive Asia News). Con piccoli appezzamenti coltivati è impossibile ragionare in termini di grandi investimenti. Inoltre l’industria alimentare non tratta direttamente con i contadini, ma con i villaggi, un sistema che favorisce corruzione e scarso controllo sul prodotto finale (vedi il caso melamina).