Peck, portate classiche con tortellini e cappone

Non siamo alla frutta. Per il classico pranzo natalizio da Peck si spende e si spande «più degli altri anni» conferma Angelo, che governa il banco carni. La tradizione bolle in pentola ed emette il suo consueto profumo: cappone o dindetta allevati in cortile a 40 euro il chilo. Bollito il primo o arrosto la tacchina possono avere anche la loro «grattata» di tartufo bianco d’Alba molto gettonato, anche se la targhetta dice che costa 6.500 euro il chilogrammo. Si inizia quindi col tortellino in brodo di cappone, e l’ombelico di Venere è preparato nelle cucine della gastronomia in via degli Spadari rigorosamente da mani femminili piccole in grado di chiudere ben stretto l’impasto. Prima del brodo, più di qualcuno prova l’overtoures con crostini e patè di vitello, 70 euro il chilo, o di fegato d’oca, 325 euro. E per gli amatori del gusto nordico, il caviale, 350 euro l’etto. Anche per i formaggi il milanese sta sul classico: grana, gorgonzola o taleggio. Dulcis in fundo, i ninnoli di cioccalata. Quest’anno in mezzo ai cd, il pupazzo di neve, l’albero di Natale preparati col cacao più ghiotto, ha fatto la sua prima comparsa la «casetta» modello Hansel e Gretel. Cinquatotto euro ed è già quasi esaurita. Sauternes o champagne i vini più ambiti. Per il nettare color miele si va dai 70 ai 500 euro il litro. Invece per il principe delle bollicine gli zeri possono salire fino all’esemplare più caro del locale: una bottiglia di tre litri di Berlucchi del 2000 che spara 35mila euro. Ora siamo veramente alla frutta. Tra i sapori dei pezzi esotici freschi, essicati o disidratati, come datteri, papaya, zenzero, vince ancora l’antica mela rossa che porta stampata sulla sua rotondità una stella cometa, per il valore di dieci euro al chilo. Semplice, povera, ma con il tocco natalizio che rende sempre unico, dal sapore ai numeri delle monete richieste, ogni prodotto che esce dalla gastronomia più chic di Milano.