Pecoraro, il solo che ride

Per il ministro dell'Ambiente occorre "differenziare" e "superare" l'immondizia, non smaltirla. E scarica le colpe su Romiti e i camorristi

Che debba dimettersi è pacifico e il Giornale lo sta ripetendo da giorni. Ma la questione è che Alfonso Pecoraro Scanio non avrebbe mai dovuto essere nominato ministro. Il Giornale aveva anticipato anche questo: era il 4 maggio del 2006, Prodi stava ancora compilando la lista dei componenti del suo esecutivo, e il leader dei Verdi-Il sole che ride era stato immortalato mentre sghignazzava in chiesa durante i funerali di tre militari italiani uccisi a Nassirya. «Uno spettacolo indecente», scrivemmo, «che lo rende indegno di entrare nel prossimo governo».

«Atto indegno e basso», tuonò lo stesso Pecoraro. Ma si riferiva al fatto che avevamo osato pubblicare quella foto in prima pagina. «Un fotogramma carpito», aggiunse il leader ambientalista. Non voleva dire nulla, ma Prodi fece finta che fosse una spiegazione, accreditò la tesi dell’incidente di percorso e lo inflisse agli italiani: titolare del dicastero dell’Ambiente. Purtroppo non s’era trattato di una sfortunata circostanza. Pecoraro Scanio è proprio così, «un intreccio vertiginoso di estremismo e futilità», lo definì l’ex segretario dei Verdi Luigi Manconi; «la quintessenza dell’inutilità», lo folgorò il nostro Giancarlo Perna in un memorabile ritratto nel quale ricordava alcune delle sue prodezze: la proposta di proclamare la pizza patrimonio dell’umanità, il suggerimento di adottare in blocco le pecore sarde per salvarle dall’estinzione, l’iniziativa per la creazione del museo del mandolino, la campagna contro gli alberi di Natale, la nomina del cantante partenopeo Gigi D’Alessio «patrono del pesce azzurro». Folclore, si dirà. Da ministro tuttavia la sua possibilità di fare disastri è aumentata in modo esponenziale, come dimostra lo la sua terra, la Campania, sommersa dalle immondizie. Una crisi di cui lui porta grandissime responsabilità, essendosi opposto in tutti i modi alle uniche soluzioni possibili (discariche e termovalorizzatori), in cambio delle quali offriva utopie e vacue parole. Pecoraro Scanio con i rifiuti è disposto a fare praticamente di tutto, tranne che la sola cosa che può venire in mente a una persona sensata: smaltirli.

Lui parla di «superarli», di «differenziarli» (la mitica «raccolta differenziata», un mantra nel suo eloquio), addirittura di «seguirli dalla culla alla tomba» (giuro, l’ha scritto nel suo blog), ma mai di eliminarli. Forse è per questo che vedere il pattume invadere le strade di Napoli all’inizio non l’ha sconvolto più di tanto. Quando però ha capito che avrebbero anche potuto muovergli qualche appunto, si è chiuso in difesa. «La colpa? Dei cammorristi (così, con due emme)», ha scritto nel sito. «I colpevoli? Cesare Romiti e la sua Impregilo che, dovendo realizzare gli inceneritori, non aveva alcun interesse alla raccolta differenziata», ha rivelato ieri su Repubblica in un’intervista sfrontatamente autoassolutoria: «In materia di rifiuti il ministro non è competente».

La triste verità è che questo ministro è un incompetente. E non solo in materia di rifiuti. Passi che scambi un toro per una mucca, ma vogliamo parlare della monumentale figuraccia fatta nel settembre scorso alla conclusione della Conferenza nazionale sul clima? «La temperatura in Italia è aumentata quattro volte più che nel resto del mondo», annunciò davanti a scienziati e studiosi allibiti. Quattro volte! Il Corriere della Sera abboccò e ci aprì la prima pagina: peccato che fosse una delle tante bufale del nostro campano. Il giorno dopo il Cnr smentì. E anche l’illustre climatologo Franco Prodi, fratello del premier, sbugiardò Pecoraro, accusandolo di manipolare la scienza.

Il sospetto è che l’allarmismo fosse destinato a forzare la mano per ottenere 7 miliardi di euro per le «politiche climatiche». Non ci sarebbe da meravigliarsi. Di soldi il ministero è avido, essendone prodigo: con l’attuale gestione i consulenti, che all’epoca di De Castro erano otto, sono passati a 344. Quasi tutti «verdi», ovviamente. Tanto, chi sorveglia? Basta un esempio: l’Agenzia protezione per l’ambiente e i servizi tecnici è commissariata, ma il commissario è il capo di Gabinetto di Pecoraro. Ergo: si danno gli ordini, li eseguono e poi controllano da soli se e come li hanno eseguiti. Fantastico. In quale altro Paese occidentale ci si terrebbe un simile ministro? Uno che l’11 maggio scorso, a proposito di una qualche presunta decisione del Cdm sull’ennesima emergenza rifiuti in Campania, scriveva: «Subisco questo decreto che porta la firma del premier ma non la mia. Il ministero dell’Ambiente non è stato coinvolto, non è concertante di questo decreto (che ci volete fare, scrive così...). Sono contrario». Se fosse serio, Prodi avrebbe cacciato il suo ministro ridens allora. Adesso ha un’altra occasione, ma vedrete che purtroppo perderà anche questa.