Pecoraro: sull’Irak Prodi farà come Zapatero

Laura Cesaretti

da Roma

Prodi farà come Zapatero, assicurano i Verdi: «Credo - dice Pecoraro Scanio - che il 10 aprile annuncerà il ritiro delle nostre truppe dall’Irak», dice Pecoraro Scanio. Anche perché, è il suo avvertimento, «se qualcuno oggi ci propone di rivedere la questione salta la coalizione. È una questione che è gia stata messa nel programma dell’Unione su cui tutti i segretari sono d’accordo».
A corredo della loro sfida, i Verdi si dicono «pronti», già da domani (quando il governo risponderà ad interpellanze urgenti su Falluja), a presentare una mozione parlamentare che impegni al ritiro immediato della missione italiana: «Ai nostri alleati deve essere chiaro che se non c’è il ritiro non c’è il governo dell’Unione, perché noi ci tiriamo fuori», spiega Paolo Cento. Prodi e Fassino parlano di «calendario per il rientro»? «Benissimo, ma ci spieghino cos’è questo calendario. Perché se si dice che in due o tre mesi ce ne andiamo è un conto, e ovviamente ci stiamo perché i tempi tecnici sono quelli, come lo sono stati per gli spagnoli. Ma se qualcuno pensa di fare un calendario di dodici mesi, se lo scordi: sarebbe solo un modo ipocrita per non dire che non ce ne vogliamo andare». Insomma, dice Cento, la questione ritiro è «costitutiva» per i Verdi, e siccome ormai si gioca con le regole del proporzionale nelle quali «ognuno pensa per sé», Pecoraro è ben deciso a piantare la sua bandierina. Ben sapendo che per ora è difficile che la questione esploda: prima di gennaio infatti non ci saranno occasioni per votare sull’Irak. E anche allora, quando si tratterà di decidere la proroga della missione, non si prevedono strappi clamorosi: si tornerà a dire no, accompagnando il voto con documenti sufficientemente ambigui: «Metteremo la parola “ritiro”, toglieremo quella “immediato”, ci saranno quei due-tre giorni di passione e di titoli di giornale sulla “sinistra divisa” e poi finirà tutto nel nulla, come al solito», prevede cinico un dirigente della Margherita.
«Ovviamente la mossa dei Verdi serve innanzitutto a dar fastidio a noi, prima ancora che a Margherita e Ds», ammettono da Rifondazione. Il Prc, infatti, sulla materia si è mostrato finora cauto: certo, Bertinotti ha invitato Fassino a non «fare confusione» e a non «giocare con le parole». Ma non ha intenzione di aprire fronti polemici con Prodi sull’argomento: «La condanna della guerra in quel Paese - dice - rappresenta un punto fermo segnato da più decisioni già prese dall’Unione, quindi non c’è ragione che non vengano confermati in futuro». Certo la linea del ritiro concordato enunciata da Fassino «è più sfumata», ma il capo di Rifondazione non pensa che «possa mettere in dubbio la decisione così forte nel popolo della sinistra di togliersi dalla guerra in Irak». E non sarà sulle date del calendario del ritiro che un eventuale governo Prodi si spaccherà: a giugno, se vincerà le elezioni, il Professore presenterà un piano molto diluito ma con i primi rientri già dopo l’estate, e Rifondazione è già d’accordo. Nel frattempo, però, c’è da correre per le elezioni, e i Verdi puntano a rosicchiare sotto i piedi dell’ormai «governativo» Prc una fetta di consenso pacifista e di movimento. «Ma non ci faremo certo scavalcare: già nella nostra interpellanza su Falluja, che si discuterà giovedì, c’è il punto fermo del ritiro immediato. E se Pecoraro vuole un voto parlamentare, siamo pronti a chiedere una mozione unitaria dell’Unione sul rientro», dice il capogruppo di Rifondazione Franco Giordano. Senza l’aria di crederci troppo: «Oggi c’è stata una conferenza dei capigruppo, e nessuno ha chiesto di calendarizzare mozioni sull’Irak», nota sornione. E il socialista Enrico Boselli richiama tutti al realismo: se il centrosinistra vincerà le elezioni, stabilirà «un calendario del ritiro compatibile con le esigenze di sicurezza del popolo iracheno», perché «la democrazia irachena è fragile e non può essere lasciata sola, esposta ai colpi del terrorismo».