Pecorella: «Stiamo attenti a parlare di mazzette»

Stefano Zurlo

da Milano

Legge con la lente d’ingrandimento del penalista i titoli dei giornali. E mostra i confini del codice penale: «L’opinione pubblica - spiega Gaetano Pecorella, uno dei più noti avvocati italiani - deve capire che non tutti i passaggi di soldi sono automaticamente tangenti. Anche nell’inchiesta di Potenza».
I quotidiani invece usano proprio la parola tangente. E si appoggiano alle confessioni di Rocco Migliardi: «Ho pagato Vittorio Emanuele».
«Non conosco nei dettagli l’inchiesta. Mi limito a notare che lo stesso Migliardi collega quei denari a serate di beneficenza, manifestazioni, onoreficenze».
Dunque?
«Se le cose stanno così non c’è reato. In questo caso Vittorio Emanuele sarebbe stato ricompensato per il suo ruolo di intermediario: Migliardi o chi per lui investiva sul principe perchè sapeva di aprirsi così molte porte».
Sarà, ma l’obiettivo era sbloccare le licenze dei videopoker.
«Certo, ma quale era il ruolo specifico del principe? C’è la corruzione quando si promette o si dà denaro o altre utilità, come le chiama il codice, ad un pubblico ufficiale».
Il Savoia potrebbe essere stato pagato per raccomandare Migliardi e mettere una buona parola presso le istituzioni. Siamo all’anticamera della corruzione?
«No, se il principe non ha versato a sua volta mazzette a personaggi pubblici, siamo al traffico di influenze che per l’ordinamento italiano non è reato. Lo è in Spagna dove viene punito chi approfitta della sua vicinanza ad una figura istituzionale per ottenere un qualche vantaggio. In Italia no, nemmeno se a svolgere questa funzione di sponsor o di portavoce è un pubblico ufficiale».
È il caso del magistrato Renato Squillante nel processo Imi-Sir?
«Esatto, la Cassazione l’ha assolto anche se avrebbe preso dai Rovelli quella che per i giornali era una tangente da 133 milioni per creare un contatto, non certo sfavorevole, con i giudici dell’Imi-Sir che dovevano decidere su un contenzioso da centinaia di miliardi».