Una pedata ci salverà

Faccio autocritica perché ho cambiato idea: meglio una pedata e far cadere questo governo che votare per pura ipocrisia il rifinanziamento della missione in Afghanistan. Per due motivi: il primo è che dilaga la voglia di tornare alle urne. Il secondo è che la missione a Kabul è stata stravolta e non si capisce perché i nostri soldati dovrebbero restare lì<br />

Faccio autocritica perché ho cambiato idea: meglio una pedata e far cadere questo governo che votare per pura ipocrisia il rifinanziamento della missione in Afghanistan. Per due motivi: il primo è che dilaga nel Paese la voglia di tornare alle urne, obiettivo ben più eccitante che non far soltanto cadere Prodi. Il secondo è che la missione in Afghanistan è stata stravolta e non si capisce perché i nostri soldati dovrebbero restare lì. L’Italia ha mandato duemila dei suoi migliori uomini per fare la guerra al fondamentalismo protetto dall’Iran, grande amico del governo Prodi, e non per mantenere la pace che non c'è ma che va semmai conquistata. Un Iran, sia detto per inciso, che sta allarmando il mondo occidentale non solo per la questione nucleare ma anche perché si sta approvvigionando di armi sofisticatissime che compera sia dai russi che dai cinesi pagando stranamente in cash: miliardi in banconote da cento dollari nuove fiammanti.

Avevamo tutti finora considerato un punto d’onore rifinanziare la missione voluta dal governo Berlusconi e votata dal Parlamento per non far scontare ai nostri soldati le beghe politiche interne e impedire che l'Italia facesse una figura barbina sul piano internazionale. Ma la figuraccia il governo di sinistra l'ha già fatta, trovandosi oggi disprezzato persino da Zapatero e dal Canada. La sacra «continuità nella politica estera» è dunque ormai solo una finzione da smascherare. D’Alema, del resto, ci aveva aperto gli occhi in Senato: non esiste alcuna continuità fra il loro governo e quello di Berlusconi, ha voluto sottolineare. E sia. Dunque Prodi non è la nostra continuità. Noi siamo la sua lettera di licenziamento. Il suo governo, infine, non ha mai cessato di simpatizzare con il fondamentalismo e quanto a D’Alema - Condy o non Condy - non ha mancato una sola occasione per sottolineare il suo antiamericanismo altezzoso e provinciale. Prodi e i suoi vogliono soltanto tenere i piedi in due staffe: essere geograficamente presenti in Afghanistan per fare scena, ma senza combattere, presentando al contribuente sia il salato conto dell’imbroglio che quello della viltà.

Se dunque Prodi ha svenduto all’ultrasinistra la missione in Afghanistan pur di non affogare, perché mai il centrodestra dovrebbe tenerlo a galla? Per una missione da crocerossine possiamo anche riportare a casa le nostre truppe scelte e fare in modo che anche Prodi sia costretto a fare i bagagli scontando sull’Afghanistan il prezzo della sua inconsistenza politica. Certo, bisogna vedere che cosa faranno tutti i partiti della vecchia coalizione, che forse non esiste in Parlamento ma che è profondamente sentita fra gli elettori. Se la Casa delle Libertà fosse ancora una volta unita potrebbe del resto presentare e votare una mozione che impegni le forze armate italiane a restare in Afghanistan per combattere come da impegni assunti, mettendo così in crisi la maggioranza salvando quel che resta dell’onore.
Il Presidente Napolitano in quel caso non potrebbe limitarsi a licenziare Prodi, ma dovrebbe prender atto che non esiste alcuna maggioranza politica e trarne le conseguenze: non con un governo di larghe chiacchiere, ma urne pronte per ricevere nuove schede in cui la scelta «scheda bianca» possa essere indicata in un apposito quadratino da barrare con una penna biro, se ci capite.

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