Pedofilia, missionario condannato a 12 anni

Cagliari - Don Marco Dessì, il missionario sardo in Nicaragua accusato di pedofilia, è stato condannato a 12 anni di reclusione. La sentenza è stata emessa dal giudice per l’udienza preliminare di Parma verso le 14.30, dopo un’intera mattinata in Camera di Consiglio, al termine del processo celebrato con il rito abbreviato. Don Marco Dessì, 59 anni, originario di Villamassargia, in provincia di Cagliari, è finito sotto processo perchè accusato di diversi abusi sui bambini della sua missione a Betania. L’accusa ieri aveva chiesto 16 anni.

Oltre ai 12 anni di carcere per i reati di violenza sessuale su minori e detenzione di materiale pedopornografico, il Gup di Parma ha inflitto al missionario una provvisionale di 100 mila euro per ognuno dei tre ragazzi nicaraguensi, allora minorenni, che hanno denunciato gli abusi subiti e che si sono costituiti parte civile nel procedimento. Dessì dovrà inoltre pagare la cifra simbolica di un euro alle organizzazioni umanitarie non governative Solidando (onlus di Cagliari) e Rock no war (modenese), che sostenevano le sue missioni e hanno scoperto le molestie facendo scattare l’inchiesta, e al Comune di Correggio (Reggio Emilia) che si era voluto costituire in giudizio contro il missionario. I 12 anni di carcere sono stati inflitti tenendo conto dello sconto di pena di un terzo previsto dal tipo di rito alternativo scelto dall’indagato, l’abbreviato: con un processo ordinario il missionario, difeso dall’avvocato cagliaritano Pierluigi Concas, sarebbe stato condannato a 18 anni di reclusione. Don Marco ha atteso in silenzio la sentenza nell’aula del palazzo di giustizia di Parma e all’uscita, prima di tornare nel carcere dove è in custodia cautelare dal giorno dell’arresto, alcuni familiari gli hanno detto: «Abbi fede, fatti coraggio». Inizialmente il prete, per 30 anni promotore di una missione umanitaria in Nicaragua era indagato per sei casi di violenza sessuale, oltre che per la detenzione di 1.400 immagini pornografiche recuperate dal suo computer. Ma all’atto di chiusura delle indagini il Pm Lucia Russo aveva deciso chiedere l’archiviazione per tre casi risalenti ai primi anni Novanta e perciò prescritti.