Pedofilo «punito», condannati i secondini

Un clic sull’inferno. San Vittore, sesto raggio, secondo piano: è il reparto «protetti», un carcere dentro il carcere, la sezione di chi risponde di delitti che per la morale dei detenuti comuni sono più infamanti di una strage. È il reparto dei crimini sessuali. Qui, per tre giorni di fila, nell’ottobre 2001, un giovane uomo accusato di pedofilia è stato brutalizzato dai compagni di cella. Ieri una sentenza della Corte d’appello di Milano gli riconosce un risarcimento di centomila euro. A versarlo saranno il ministero della Giustizia, che non ha saputo tutelare la sicurezza del detenuto, e i due agenti di polizia penitenziaria che in quei giorni avevano la responsabilità di quel gruppo di celle.
Non è stata la prima e non sarà l’ultima storia di violenza nella sezione protetti. Isolati dal mondo, i violentatori veri o presunti gestiscono una loro quotidianità fatta - inevitabilmente - anche di sessualità. Una parte di loro, quelli già condannati in appello, tra un po’ verranno spostati in una sezione del nuovo carcere di Bollate, dove si tenterà per loro una qualche forma di recupero. Ma per gli altri la destinazione continuerà ad essere il secondo piano del sesto raggio, con i suoi riti e le sue violenze.
I due detenuti che devastarono il giovane compagno di cella sono già stati condannati. La sentenza di ieri punta il dito contro chi doveva vigilare e non l’ha fatto. Nel processo penale gli agenti finiti sotto indagine erano stati assolti, anche perché l’indagine interna aveva rafforzato la tesi che le violenze fossero state il punto di approdo di un gioco erotico iniziato di comune accordo, e degenerato nel corso della notte. Ma la sentenza civile, nei confronti di due degli agenti va invece giù pesante: «Ove da parte di uno dei secondini si fosse intervenuto, si sarebbe certamente interrotto l’iter di violenze cui l’appellante si trovava a essere sottoposto e esse non sarebbero montate in un crescendo parossistico fino alla tragica scoperta del corpo esanime dello stesso». «Sono affari vostri», avrebbe detto uno dei due agenti quando si era trovato di fronte al volto tumefatto dalle botte del detenuto.
«La vicenda è incredibile - dice il difensore della vittima, Marco Marzari - perché che possa sparire per tre giorni dal circuito carcerario una persona detenuta senza che nessuno degli addetti preposti alla sua tutela se ne accorga, desta inquietudine in una Paese democratico e avanzato come l’Italia». Il provveditore regionale alle carceri, Luigi Pagano, che all’epoca dei fatti era direttore di San Vittore: «Dobbiamo ricordare che questi fatti accaddero in una situazione di sovraffollamento terribile, in cui di notte due o tre agenti dovevano vigilare su un reparto dove arrivammo ad avere centocinquanta detenuti, il triplo della capienza. Sfido chiunque in un contesto del genere a garantire il controllo permanente di quel che accade cella per cella».