Pedrini, a Seregno concerto soft

Ultima «apparizione» della tournée accompagnato solo da due musicisti

Nel letto d’ospedale con le flebo attaccate e le lenzuola tirate su fino al mento c’erano ad assisterlo una decina d’infermiere. Camice bianco ad altezza quasi ombelicale, autoreggenti col pizzo e una particolare predisposizione al ballo di gruppo. Ovvero, come trasformare quello che è stato un incubo in un sogno da restarci senza fiato, o meglio in un gioco dal gusto ironico per dire al mondo: «Guardate cosa mi è successo, ne sono uscito e provo anche a riderci su».
Riassunta in tre minuti dentro il video «Shock, bellissimo shock», c’è la storia di Omar Pedrini, mente e anima degli indimenticabili Timoria, oggi solista al suo secondo album ma soprattutto «un uomo rinato» dopo un colpo mancino assestato dalla sorte in piena faccia. Tutto successe alle sette e mezza di una sera del 2004. Pedrini, che aveva da poco pubblicato l’album «Vidomàr» (il primo da solista dopo lo scioglimento dei Timoria) dice alla sua compagna Elenoire Casalegno di non stare bene. Sente dolori al petto, lei lo convince ad andare in ospedale e i dottori gli diagnosticano un aneurisma aortico. Intervento d’urgenza, otto ore di operazione a cuore aperto, la morte a due passi e poi la guarigione, il recupero, una nuova forza interiore. E il secondo disco, uscito l’anno scorso, che nel titolo dice tutto: «Pane, burro e medicine».
Omar, la tournée si è appena conclusa, com’è andata?
«Molto bene. Il disco è piaciuto, la canzone “Shock, dolcissimo shock” ha fatto divertire il pubblico. Io ero fermo da parecchio tempo e avevo paura che i miei fan mi avessero dimenticato. Invece l’album li ha convinti. E poi è anche successa una cosa bellissima».
Cosa?
«Che ho ritrovato i miei vecchi fan dei Timoria. Da anni non suonavo più le canzoni storiche del gruppo. Mi faceva troppo male. Siamo stati uniti per quindici anni, è stata una separazione (ndr avvenuta nel 2002, già diversi anni dopo l’abbandono di Renga) che mi ha segnato. Invece quest’anno, per la prima volta, mi ci sono rimesso. Forse mi è passato il dolore, così nella tournée le ho suonate, e loro sono tornati. È stato come riabbracciarsi».
In «Pane, burro e medicine» parli del tuo malore in modo ironico. Perché?
«Sono stato male all’improvviso, ero a un passo dall’andare nell’aldilà ma alla fine ce l’ho fatta. Ho passato momenti difficili, come quando mi hanno detto che non avrei più potuto fare concerti, ma siccome non sono uno che ama farsi compatire ho voluto raccontare tutto questo ironizzando un po’. Se c’è una cosa che ho capito è che non bisogna mai prendersi troppo sul serio».
Quindi questa esperienza ha cambiato il tuo modo di vedere le cose...
«E anche il mio modo di essere. Ora sono molto più selettivo e anche un po’ meno paziente. Prima avevo sempre dieci minuti per tutti, ora non mi va più. Tante volte con la scusa delle medicine me ne vado prima. Dedico il mio tempo solo alle cose di cui mi importa davvero. Alla mia famiglia (ndr al figlio Pablo, 14 anni, Omar ha dedicato una canzone), alla chitarra, al rugby di cui sono un grande appassionato».
Stasera suoni al Tambourine di Seregno, e chiuderai questa stagione di concerti.
«La tournée in realtà si è già chiusa, ma volevo fare un’ultima “apparizione” prima di mettermi a lavorare sul nuovo album. Quello di stasera sarà un concerto acustico, un po’ più soft, una specie di arrivederci. Poi scomparirò per un po’ e ci rivedremo al prossimo disco.
Omar Pedrini
Tambourine - Seregno
stasera ore 23 Ingresso libero
consumazione obbligatoria