Pedrizzi: «Ma i consumatori non andranno in carcere»

Le norme colpiscono innanzitutto chi vende grosse quantità. I «piccoli» possono accedere alle comunità terapeutiche

Anna Maria Greco

da Roma

«Le tabelle dimostrano che non si va affatto in carcere per uno spinello, come diceva la propaganda degli anti proibizionisti e degli altri detrattori di questa legge». Riccardo Pedrizzi, senatore di Alleanza nazionale, difende i parametri stabiliti dagli esperti ministeriali per distinguere i consumatori dagli spacciatori. «Di spinelli - spiega - ce ne vogliono 20 per una sanzione penale invece che amministrativa e anche allora questo non basterà automaticamente per finire in carcere».
È stata cancellata la distinzione tra droghe pesanti e droghe leggere e ora la polemica scoppia in particolare sul limite dei 20 spinelli paragonato a quello dei 4 grammi di cocaina. Le sembra equilibrato?
«Ma non è una semplice comparazione tre grammi! La verità è che i tecnici hanno studiato vari parametri e concluso che solo combinati tra loro indicano il confine tra uso personale e spaccio. Quindi, il magistrato si formerà un suo libero convincimento considerando non solo la quantità di droga, i grammi di principio attivo, ma quante assunzioni, in che arco di tempo e anche la presenza di notevoli quantità di denaro e il possesso di strumenti per il peso, il taglio, il confezionamento della droga».
Non solo i politici ma anche gli operatori sono divisi e temono che le nuove regole colpiscano il tossicodipendente piccolo spacciatore.
«Il fatto che arrivino critiche da operatori di destra e di sinistra vuol proprio dire che questa non è una legge forcaiola come la voleva presentare da sinistra, ma che ha trovato il giusto equilibrio. Si tratta di norme innanzitutto contro gli spacciatori veri, che seminano morte anche davanti alle nostre scuole. Sappiamo che spesso il consumatore fa anche piccolo spaccio e per questo abbiamo previsto che possa accedere alle misure alternative al carcere, cioè entrare in comunità terapeutiche e svolgere lavori di pubblica utilità. Anche nella legge Cirielli, che inasprisce le pene per i recidivi, abbiamo considerato che quella dei tossicodipendenti è una categoria a parte e che dev’essere esclusa».
Come risponde a chi definisce repressiva questa legge?
«La legge Fini non è punitiva, punta invece sulla prevenzione lanciando il messaggio chiaro che drogarsi fa male con qualsiasi sostanza, che non è un diritto. E punta sul recupero, esaltando anche il ruolo delle comunità che viene equiparato a quello delle strutture pubbliche. L’importante è ribaltare la filosofia del referendum del 1993, in base alla quale si poteva consumare e spacciare senza limiti, perché mancava un giudizio di valore da parte della società e dello Stato».
Crede che la legge e in particolare le tabelle che la rendono operativa abbiano bisogno di un rodaggio?
«Come per tutte le leggi bisognerà valutarne sul campo l’applicazione. È successo per le norme sulla procreazione assistita e così sarà per queste. Le tabelle sono state stilate da tecnici che hanno certamente fatto un buon lavoro per fornire ai magistrati soglie obiettive. Ma se sarà necessario qualche miglioramento, valutando l’impatto sulla salute fisica e psichica delle persone delle diverse sostanze, si farà».