Pedro, Messi e Villa: Barcellona Maravilla

Coriandoli blaugrana nel teatro di Wembley. Pep Guardiola e Lionel Messi alzano la coppa verso il cielo di Londra. Il Barcellona è campione d'Europa, così voleva il pronostico, così dicevano le quote degli allibratori, così ha detto il campo. Non c'è stata mai partita vera, cioè equilibrata ma è stata una finale perfetta, di sapori e di sostanza, football giocato con la saggezza e non con l'esasperazione tattica, Barcellona da repertorio, serpe velenosa pronta a nascondere il pallone, con il solito ritmo lento, per poi mordere improvvisamente. Manchester prima audace, poi smarrito al primo gol, segnato dal figlio del benzinaio di Tenerife, Pedro Rodriguez al minuto 27 nel momento migliore dei catalani. Qui è sembrato che la squadra di Ferguson si arrendesse all'evidenza, ma sir Alex lo ha intuito, ha abbandonato, con uno scatto da ventenne, il proprio domicilio ed è andato a urlare, da bordo campo, ai suoi. Rooney ha recepito gli strilli e non essendo tipo da accettare compromessi, ha provveduto a costruirsi il pareggio, al minuto 33, così risvegliando i colleghi imbambolati del suo pub e facendo intendere ai superbi blaugrana che, nel football, anche i campioni non possono vivere di rendita. Come il suo collega di fianco, Pep Guardiola ha inteso che la partita andava comunque giocata e avendo a disposizione un mazzo di jolly li ha messi sul tavolo. La ragnatela del centrocampo di Xavi, Iniesta e Busquets ha imprigionato Giggs e Carrick mentre Valencia non ha dato nessun segnale di presenza, così il Manchester ha dato segni di scollamento tra il blocco difensivo, comunque attento, e l'attacco dove Rooney ha fatto il Figaro e Hernandez si è rivelato un messicano stanco.
Comunque i primi tre quarti d'ora sono stati di calcio tosto e rapido di idee ed esecuzione, favorito e stimolato dal prato perfetto e verde naturale di Wembley in un'atmosfera calda senza l'ausilio di bombe carta e fumogeni, articoli tipici della bottega italiana che comunque si è fatta riconoscere grazie a Mario Ferri, l'invasore dei due mondi, unica presenza del Paese che celebra i centocinquantanni di unità. Lasciando le miserie la seconda frazione ha offerto la stessa trama con il crescendo inesorabile e cinico dei catalani. Il Barcellona si è divertito,anche troppo, cercando di arrivare con il pallone in porta, non riuscendoci da ogni dove il signor Lionel Messi ha provveduto da solo alla bisogna dopo nove minuti con una conclusione dai venti metri, roba proibita nei comandamenti di Guardiola. La traiettoria ha trovato Van der Saar lento nel coricarsi alla ricerca dello scaldabagno che gli passava di fianco. È stato, questo, il primo gol realizzato da sempre in terra inglese dal fenomeno argentino, segnale di campione vero, totale, maradoniano, senza gli eccessi esistenziali del divino. Un paio di interventi duri di Valdes e Carrick, puniti, non hanno trasformato il gioco in rissa, i narcisi di Spagna hanno riempito il giardino di Wembley con il gol di David Villa e qui il Manchester non era più United. Il football offerto dal Barcellona è stato un sollazzo. Laddove la tecnica, confortata dal movimento tattico, ha la prevalenza, il prodotto è garantito, immagini queste lontanissime dai nostri stadi luoghi dove il muscolo ha ucciso il fosforo.
Bene così, fiesta lunghissima nelle ramblas, la vittoria del Barcellona è la vittoria del calcio. Finalmente. E anche del cuore quando Pujol cede la fascia di capitano ad Abiidal per fargli sollevare la Coppa. Sir Alex Ferguson ha stretto la mano a Giuseppe Guardiola che è un bambino che sta pensando mille cose. Forse anche a Josè da Setubal.