Pedullà: «Il mio Beckett nato in carcere»

Insolito per il piccolo palco del Libero: la scena si apre, cadono le quinte, ci si trova davanti ad uno spazio ampio, solo un albero di lato, pochi rami, nessuna foglia, e un lenzuolo bianco che copre il pavimento. Si tratta della scenografia, tutta strehleriana, quantomeno per l’uso del bianco, dell’«Aspettando Godot» di Gianfranco Pedullà, in scena fino al 20 aprile: da diversi anni il regista, con la sua compagnia del Teatro Popolare d’Arte, frequenta il carcere circondariale di Arezzo, dove ha realizzato spettacoli con detenuti. Anche questo «Aspettando Godot» è nato in carcere, prima semplicemente «come un omaggio al drammaturgo, poi abbiamo deciso di portarlo fuori». Allora il lavoro ha perso il senso d’«esercizio» che poteva avere finchè era confinato all’ambito carcerario, e gli attori in scena sono solo quelli che fanno sempre parte della compagnia di Pedullà. Solo Daniele Bastianelli, Estragone, è un ex carcerato: «Beckett è imprendibile - afferma il regista e scenografo -. La nostra lettura vuole esaltare l’uomo, l’indecisione e la disperazione che regnano sulla terra». La brava Alessandra Bernardeschi, che interpreta il «servo», recita sempre legata alla corda del padrone, Pozzo, interpretato da Nicola Rignanese: obbedisce, subisce ogni sopruso, ma pare talmente sottomessa che quasi teme di più, come un cane, di non avere un padrone. «Abbiamo spostato l’attenzione sul gioco di relazioni - continua il regista -; è un affresco sull’umanità, molto movimentato e con l’uso di clownerie». Di certo la fisicità era già una caratteristica dell’autore irlandese, come anche il lavoro coi carcerati. Ecco, infatti, uno spettacolo che ribadisce il gusto per l’assurdo, quell’ironia in fondo tragica, ma anche così vicina all’uomo che è caratteristica sempre attuale di Beckett. Tra battute e grida in scena, a volte forse eccessivamente forti, si consuma un «Aspettando Godot» che, però, non è puntato solo sull’assurdità della situazione in quanto tale. L’aspetto prevalente che Pedullà vuole sottolineare è quello della relazione tra individui: la pesantezza di certi silenzi, subito interrotti; l’impossibilità di Vladimiro ed Estragone di separarsi; il piacere, macabro, che lo schiavo sembra provare legato come un cane al padrone; nonchè il piacere che anche il padrone sembra provare nell’avere una persona da comandare e, infondo, a cui badare. Un «Aspettando Godot», quello di Pedullà, assolutamente vicino all’uomo, che ne coglie e interpreta, esaltandole, le dinamiche dei rapporti interpersonali.
(Info: lunedì-venerdì ore 21, domenica ore 16, lunedì riposo, www.teatrolibero.it, 02-8323126).