«Il peggio è alle spalle Nel mondo delle imprese il rilancio si vede già»

Dalla terra desolata dei «piazzali stracolmi di prodotti invenduti in ottobre», fino ad aprile, il più crudele dei mesi, il «punto più basso della crisi». Da lì, si può solo risalire. Con che tempi e in che modi, resta un mistero. Guidalberto Guidi ha da tempo un approccio pragmatico nei confronti della peggior recessione del dopoguerra: non drammatizza, né enfatizza. Sarà perché è un osservatore privilegiato, come presidente di due associazioni confindustriali importanti come quella in cui confluiscono le imprese elettroniche (Anie) e quelle delle due ruote (Ancma). Aziende, insomma, abituate a lavorare oltre i confini nazionali, ad annusare l’aria che tira tanto in Cina quanto negli States, a puntare sull’innovazione del prodotto, sulla tecnologia.
Dottor Guidi, il Pil del primo trimestre 2009 registra la peggior contrazione degli ultimi 30 anni: che peso dobbiamo attribuire a questo dato?
«È un dato annunciato, nessuna sorpresa. Stiamo attraversando un territorio inesplorato senza averne le mappe. Hic sunt leones: questa crisi non ha precedenti per intensità ed estensione territoriale e settoriale. Ma il mese scorso abbiamo probabilmente toccato il fondo. E ora ci sono i primi segnali anticipatori di una decelerazione della crisi».
Quali?
«Penso al settore della chimica, dove gli ordini si stanno riprendendo. Ma anche a indicatori non convenzionali come il traffico commerciale, in aumento».
Ci sono tuttavia ancora comparti in sofferenza...
«Certo. L’elettromeccanica ha subìto un calo degli ordini fino al 60%, con ricadute sulla catena della subfornitura».
E il settore del ciclo e del motociclo?
«Qui bisogna fare una distinzione. Le moto di grossa cilindrata hanno ancora le gomme a terra, quelle da 50 fino a 400 cc hanno invece tratto beneficio dagli incentivi. Ma è sulle biciclette che il bonus ha sortito effetti incredibili».
Cioè?
«In dieci giorni sono state vendute 45mila bici, e ogni giorno riceviamo domande per 8-9mila “pezzi”. Una richiesta che la rete di vendita non riesce a gestire».
Si lamenta? Forse è un segnale di ripresa, almeno dei consumi.
«O forse una mutazione dei gusti del pubblico».
Quanto incide sui comportamenti dei consumatori l’aspetto psicologico?
«Molto, è evidente. Un impiegato statale potrebbe oggi avere una propensione al consumo maggiore rispetto a un dirigente d’azienda. Il primo non teme di perdere il posto, dispone di un reddito fisso garantito e ha visto aumentare il proprio potere d’acquisto con la discesa dell’inflazione».
Come si è comportato il governo nella gestione dell’emergenza?
«Direi bene. Si è mosso rapidamente, stoppando sul nascere il panico dei risparmiatori ed evitando un esodo di massa dalle banche. La legge sulla casa è positiva: spero non venga annacquata troppo. Chi parla di cementificazione selvaggia è in malafede: dimentica la distruzione delle periferie cui abbiamo assistito per decenni».
Quali altre manovre deve mettere in campo il governo?
«Occorre una riduzione crudele della spesa pubblica. Si può fare: cominciando ad abolire, per esempio, le province e le comunità montane».
Basta così?
«No, per aiutare il mercato del lavoro è importante che il governo raddoppi le 52 settimane di cassa integrazione. E vedo con favore anche la variazione della destinazione d’uso per gli immobili industriali e commerciali. Serve inoltre un piano Marshall europeo dedicato alle reti: ferrovie, produzione e trasporto di energia, partendo dal nucleare e arrivando alle energie alternative. Infine, forse il cablaggio del Paese non è una priorità immediata, ma è un investimento per il futuro».
Durante la crisi c’è chi si è mosso tardivamente?
«La Banca centrale europea ha senza dubbio gravi responsabilità. Questi gentiluomini venuti da Marte vanno cacciati. È da un anno che i tassi dovrebbero essere allo 0,25%, mentre fino a qualche tempo fa la Bce parlava ancora di pericolo inflazione».
Chi uscirà più forte dalla crisi?
«Le imprese che hanno sostituito le braccia con gli ingegneri, quelle che hanno alzato l’asticella del contenuto tecnologico e capito che la multilocalizzazione è una variabile-chiave per vincere la sfida con i Paesi low cost».