Peggio del doping? Il dopato ipocrita

Uno scandalo dopo l'altro, si stanno tutti quanti accorgendo che c'è qualcosa di peggio del doping: il dopato. Costui è uno specialissimo esemplare umano che rivela tutte le sue prerogative nel preciso momento in cui viene svergognato. Come un fagiano impallinato, cerca con gli ultimi colpi d'ala di salvare le piume, ma la caduta è inesorabile e patetica. Rispetto a quella del fagiano, che suscita molta solidarietà, questa ha però un effetto tutto suo: irrita. Riesce ad essere molto più irritante del doping. Perché si porta dietro il carico insopportabile dell'ipocrisia.
Quando un atleta viene centrato dall'antidoping, la sorpresa del pubblico è spesso amplificata da un dettaglio particolare: la sensazione d'essere caduti in un gioco meschino e bugiardo, d'essersi bevuti un'insolente recita. Ma come, proprio lui?
Proprio lui, quello che la volta prima, quando avevano pescato un suo collega, si era espresso con parole addolorate e sentite. Per fare un nome a caso: l'altra sera, quando l'Italia ha appreso che anche Sella, lo scalatorino del Giro, era dopato, molti si sono espressi dicendo «proprio Sella». «Persino Sella». Perché, persino? Che cos'ha Sella di così originale, da meritarsi tutta questa incredulità? Semplicemente, Sella è lo stesso che un paio di settimane fa non aveva esitato a rilasciare il suo tempestivo commento sul caso Riccò. Parole indimenticabili: «È un duro colpo per il nostro ciclismo, non ci voleva». Voce affranta, tono teso, da momento terribile. Lui come tutti quanti gli altri. Quando prendono un collega, c'è sempre una mezza dozzina di vecchie lenze che stigmatizza, condanna, «auspica». Come Scalfaro e Ciampi: anche i lenoni del doping «auspicano» che questo sia l'ultimo caso, che tutti quanti capiscano, che da questa sventura si prenda l'avvio per un grande rinnovamento. Sembra sempre che parlino di un male estraneo e lontano. Che non li riguarda. A livello recitativo, sono spudorati.
Il ciclismo è costellato di queste sublimi e insopportabili esibizioni. Il popolare Virenque, eroe di Francia, re degli scalatori al Tour, era capitano della Festina nel 1998: quando esplose il mega-scandalo nella sua squadra, con una retata senza precedenti che ancora oggi viene ricordata come una Hiroshima dello sport, lui cadde dal pero. Negò qualsiasi parentela con quel sistema di doping. Non sapeva, davvero non capiva come potessero i suoi aver fatto e detto certe cose. Due anni, due lunghissimi anni, contro ogni logica e contro ogni evidenza, durò la recita. Fino a quando anche lui franò sotto il cumulo delle prove e delle testimonianze. In tutti quanti, a parte i francesi che ancora oggi lo considerano un mito, rimase soltanto un'umanissima pulsione primordiale: chiuderlo in un vicolo cieco, senza lampioni, di sera, e cambiargli qualche lineamento.
Sono attori nati. Di bassissima lega, ma attori. Crescono tra le sgrinfie di papponi che insegnano il primo e unico comandamento della società malavitosa: negare tutto, negare sempre. E recitare, recitare, recitare. Prendono Pantani a Madonna di Campiglio? Tutti a dire che è un fatto tremendo, che il doping non può rovinare uno sport così bello, che bisogna fare piazza pulita. Loro, che hanno l'ematocrito a 49,99. Evidentemente, parlano del doping altrui. Vogliono la pulizia dal doping che fanno gli avversari. Del proprio, non se ne parla. Fino all'evidenza del controllo positivo, recitano l'alone di santità. Molto all'italiana, come atteggiamento. Vogliamo che tutti paghino le tasse. Tutti gli altri. Vogliamo che tutti rispettino i limiti di velocità. Tutti gli altri. Con questo bellissimo risultato sociale: siamo tutti contribuenti e automobilisti integerrimi, ma viviamo nel Paese dell'evasione fiscale e delle infrazioni ai limiti di velocità.
Nello sport sono tutti leali, seri, indefessi. Gli americani dell'atletica sono andati avanti per anni a sostenere indignati che l'Epo, nelle prove veloci dello sprint, non serve. Veniva quasi voglia di dare retta. Di credere. E difatti tutti quanti hanno sempre creduto. Poi, guarda caso, salta su un uomo-jet della staffetta 4x400 ai Giochi di Sydney e confessa l'uso di Epo. La stessa Marion Jones, regina dello scatto, confessa le stesse frodi. Ma come, si chiedono tutti: non avevano detto che l'Epo a loro non serve? Certo. Dicono sempre cose bellissime, prima. Ne dicono, di bischerate. E noi li stiamo pure a sentire. Però adesso basta. Il limite della sopportazione è ampiamente superato. L'ideale sarebbe che di fronte a questa epidemia di doping tutti i colleghi del mondo avessero almeno la decenza e il pudore di stare zitti. Ma visto che su questo pudore e su questa decenza è inutile puntare, si fa prima in un altro modo: non bisogna più starli a sentire.
Cristiano Gatti