Peirò racconta il «colpo» del secolo

«Lawrence palleggiava prima di rinviare. Gli rubai la palla e feci gol. A Suarez dissi che l’avevo studiata col Mago»

Quarantatrè anni dopo la storia è sempre la stessa. Il Liverpool e Peirò, un gol rapinato, il gatto con il gomitolo, il topo con il formaggio. Quarantatrè anni dopo Joaquim ha la stessa voglia di ridere, ogni tanto nel salotto della sua casa di Madrid, nel quartiere di Salamanca, torna a rivedere quelle immagini, la pellicola è macchiata dal tempo ma il gesto furbastro, lo scippo al portiere scozzese del “Pool” provoca gli stessi pruriti.
«Fu una notte molto ma molto felice, ricordo i gol di Corso e di Facchetti».
In verità tutti ricordano il suo gol.
«Ogni volta che torno in Italia mi chiamano rapinatore ma io non ho rapinato mai nulla nella mia vita».
Allora riproviamo a riraccontare il gol.
«Fu un riflesso immediato, quasi un gesto spontaneo. Avevo notato che Lawrence amava palleggiare più volte nella sua area prima di rilanciare il pallone. Così facendo osservava la disposizione dei suoi compagni e poi calciava nella direzione migliore».
E allora?
«Allora Suarez effettua un lancio dalle mie parti, cerco di arrivare per primo sul pallone ma Lawrence mi anticipa e incomincia il solito giochetto, passeggia per l’area, guarda in lontananza, palleggia, una, due, tre volte. Io decido che è la volta buona, sbuco a sorpresa, gli tolgo il pallone con il sinistro e calcio di destro a colpo sicuro, gol».
Che cosa accadde subito dopo?
«Accadde che non conoscevo ancora la lingua inglese ma sentii alcune paroline di Lawrence e dei suoi colleghi, protestavano con l’arbitro».
Che era spagnolo, Ortiz de Mendebil. Ne vogliamo riparlare oggi?
«No, guardi. Io non commisi nessuna irregolarità, nemmeno lo sfiorai quel gigante di portiere, ho rivisto mille volte quella scena e posso confermarlo. So soltanto che furono tanti «flores», le parolacce, degli inglesi nei miei confronti ma io mi limitai a una semplice risposta».
Quale?
«Dissi a Lawrence: prendi il pallone e mettilo al centro del campo».
Perfido fino in fondo.
«Suarez ridendo mi chiese se avevo studiato con Herrera quella giocata. Gli risposi che era proprio così, al mattino avevo detto al mago che avrei segnato su quello schema. Scherzavo ovviamente, tutta roba mia, improvvisa, improvvisata, sono giochi che ti riescono una volta nella vita».
Che cosa conserva di allora?
«La maglietta della finale con il Benefica, numero 9. Fotografie, repliche delle coppe, ritagli di giornali, qualche film a 8 millimetri, i calzettoni che tenevo bassi perché mi molestavano nella corsa».
Fu una partita perfetta.
«Fu una stagione grandiosa: scudetto, coppa dei campioni e coppa intercontinentale».
La memoria è forte, ricorda anche il premio partita e il premio per quei trionfi?
«Credo che il fisco ci stia ascoltando, ogni tanto non ricordo, sa ho settantadue anni appena compiuti».
Più forte quest’Inter o la sua?
«Questa l’ho vista poco, mi sembra fortissima ma noi vincemmo tutto quello che c’era da vincere e avevamo classe, stile, astuzia, potenza e personalità».
E poi Herrera.
«Herrera dava le indicazioni ma se uno non vuole correre le indicazioni non servono a nulla».
Rivede i suoi compagni di allora?
«Sarò a Milano l’8 marzo per il centenario, mi ha telefonato Bedin. L’Italia è rimasta nel mio cuore».
A parte il Fisco.