Pelù gioca col rock ma pensa al «sociale»

«Sappiamo che il rock non può cambiare il mondo; ci hanno provato giganti come Woody Guthrie, Bob Dylan, De André. Ma illudiamoci che possa sensibilizzare la gente sui problemi reali», dice Piero Pelù, che fa dell’impegno sociale la sua bandiera. Ora è in pista col «Fenomeni tour», domani al Ciak (via Procaccini 4, info: 02-76110093), che per la prima volta unisce musica, teatro (con la regia di Sergio Bini, in arte Bustric), suoni, parole, «effetti speciali». «Sono una specie di piccolo diavolo, provocatorio, imprevedibile perché sul palco faccio anche giochi col fuoco. Ma tra un brano e l’altro parlo di cose serie: dell’immagine che è il feticcio della nostra società, dei problemi del lavoro». Protagonista però è sempre la musica, vitale, esuberante anche se - questa volta - acustica e minimalista. «Il mio sound è sempre un incrocio tra punk, Enzo Jannacci e Dario Fo; il concerto ha un impatto rock, come sempre, ma con una formula completamente nuova. Sul palco ci sono io, la chitarra e il basso acustico, il piano e una batteria formata da grancassa e rullante e i brani sono completamente riarrangiati». Pelù, simbolo della musica alternativa, la settimana scorsa è andato a X Factor e s’è pure divertito. «Mi piace perchè non scatena l’isteria. Si parla di musica vera con una gran bella squadra di personaggi. Come artista underground non avrei mai partecipato a questa sfida. Uno show così può portarti in cima al mondo in cinque secondi e farti precipitare subito dopo. Ma è una gran palestra per giovani talenti». Basta non aver fame di gloria, come lui, che ha mollato i Litfiba al culmine di una strada lastricata di successi. Una separazione dannosa e dolorosa per tutti, o no? «Dipende cosa si vuole dalla vita. Come Litfiba esordimmo col punk, proprio il giorno che morì John Lennon. Mi buttavo dal palco addosso al pubblico; poi la gente si aprì come le acque davanti a Mosè e io per poco mi spaccai la testa. Avevamo energia, voglia di vivere. Poi i Litfiba sono diventati una macchina da soldi ma senza stimoli, così ho deciso di mollare. Molte band stanno insieme per contratto senza neppure guardarsi in faccia; persino i Rolling Stones. Io posso vantarmi di aver fatto un’operazione anticommerciale. Però in repertorio uso i pezzi dei Litfiba che sento più miei, e li rinnovo continuamente». Una strada che col tempo ha dato i suoi frutti. «È stata una seconda gavetta, anche se il mio nome era abbastanza noto ma il pubblico era più legato al marchio. Comunque dal 2000, con Né buoni né cattivi, sono ripartito giocando con il rock, i suoni etnici, l’ironia», in un percorso variegato che l’ha portato dal rock più roccioso alla raffinatezza dei concerti al conservatorio. «E l’ultimo album, Tutti fenomeni, è un ritorno alle radici rock più corrosive. Ora lo eseguo in versione spartana ma quest’estate lo porterò in giro in versione dura».