Il pellegrinaggio poetico di Dino Campana alla Verna

A settembre farà un secolo esatto da quando un giovane di venticinque anni, Dino Campana, si mosse dal suo paese, Marradi (nella «Romagna Toscana», diceva lui), alla volta del santuario della Verna, la «fortezza dello spirito» edificata da Francesco d’Assisi, che secondo tradizione vi ricevette le stigmate nel 1224, due anni prima di morire. Viaggio, anzi «pellegrinaggio», stando allo stesso Campana: il quale forse nel 1910 non era un «poeta» nel senso effettivo del termine, avendo messo su carta ben poco del materiale confluito poi nel suo unico libro, Canti Orfici (1914). Libro ricomposto in drammatica frenesia dopo lo smarrimento del manoscritto che - intitolato Il più lungo giorno - Dino aveva messo nelle mani di due lettori prestigiosi: Papini e Soffici.
Quel manoscritto doveva ricomparire solo nel 1971, nella biblioteca di Soffici (morto nel ’64). Allora si poté constatare che i Canti Orfici costituivano un bel passo in avanti, rispetto al Più lungo giorno. Parecchie le eliminazioni, le integrazioni, le varianti: qualcuna relativa anche al diario dell’ascesa ai luoghi francescani. La Verna è uno dei poemi in prosa che nei Canti Orfici si alternano ai testi in versi. Al pellegrinaggio - compiuto interamente a piedi - Dino è sospinto non da una vera e propria fede cristiana, ma dal desiderio di percepire le elementari virtù predicate e incarnate da Francesco. Campana cerca dunque non la leggendaria «santità», materia di un revival francescano che fra Otto e Novecento si manifesta nella letteratura italiana ed europea, ma la nuda e «barbarica» (aggettivo caro al poeta) sostanza di colui che aveva scritto il Cantico delle creature. Francesco rientra in quella famiglia di «mistici», ovvero «primitivi» e «barbari» nell’accezione specifica ed eletta del vocabolo, nella quale Campana, indifferente alle barriere fra le epoche, riunisce Dante e Michelangelo, Leonardo e Wagner, Nietzsche e Segantini…, insomma quanti seppero cogliere il profondo segreto della natura, immedesimarvisi come ambisce a fare Campana.
A riproporci isolatamente il poema sono ora le edizioni Alba Pratalia di Verona (Dino Campana, La Verna, pp. 109, s.i.p.). A uno studio critico di Giuseppe Sandrini si accompagnano, bellissima novità, sedici fotografie a colori che Aldo Ottaviani ha scattato del paesaggio appenninico per il quale si snodò il faticoso itinerario di Campana. Un paesaggio dapprima di torrenti impetuosi sotto l’incombere massiccio della Falterona; poi man mano rocce, foreste ed acque si addolciscono, il paese di Stia è incantevole e prelude al momento solenne - sublimazione e iniziazione - dell’arrivo del poeta al «crudo sasso», come Dante definì l’ultima dimora terrena di Francesco. Ogni spunto visivo e realistico si dilata in una dimensione visionaria. Chi esce consacrato da una simile esperienza non sarà più quello ch’era prima; e sulla via del ritorno l’ispirazione permane accesamente avventurosa, «barbarica». Altre immagini si offrono con il loro mistero allo sguardo del poeta: finché, ormai giunto nei pressi di Marradi, egli sceglie di riposarsi ospite in una casa di contadini, godendo la «monotona dolcezza della vita patriarcale».